Il primo Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici, tra il 1559 ed il 1564, modificó la funzione dell’antica Magistratura di Parte Guelfa, sottraendole funzioni militari e attribuendole competenza piena nella gestione del territorio granducale dalla regimentazione delle acque alle manutenzione delle aree rurali e boschive. La ricerca di una conoscenza particolareggiata degli ambiti fluviali presenta infatti a Firenze una lunga tradizione. Passaggio cruciale fu, nel 1559, proprio la riforma promossa da Cosimo I, delle competenze dei Capitani di Parte Guelfa, i quali divennero i magistrati delle opere pubbliche legate all’ambiente della Firenze rinascimentale. Parte Guelfa venne strutturata in otto Capitani e due Ufficiali delle Acque e ne nacque dunque un vero corpo tecnico per la sovrintendenza di tutti i cantieri attivati sul territorio controllato da Firenze che crebbe così tanto in autorità da poter imporre tasse e da esercitare giurisdizione per le cause tra proprietari terrieri.

Mappa dei Capitani di Parte Guelfa del corso dell’Arno a Firenze con un dettaglio relativo a Porta San Frediano

In particolare, gli Ufficiali delle Acque si occupavano delle opere idrauliche, per le quali disponevano di una minuziosa mappatura, utilizzando la stessa logica che aveva portato i Capitani di Parte Guelfa ad elaborare le più famose “Piante dei Popoli e Strade”. Importante è sottolineare che sulla materia “difesa dalle alluvioni” e, per estensione, dalle pericolosità naturali, già in quell’epoca si affermò come centrale l’intervento della pubblica amministrazione, intesa sia come finanziamento di interventi, che come autorizzazione di opere realizzate da privati. Il modello concettuale di gestione degli ambiti fluviali era pertanto già ben enucleato nella Firenze rinascimentale. Da allora è mutato l’assetto amministrativo, il quadro delle competenze istituzionali, ma sono rimasti invariati i principi generali con cui è organizzata la materia. Parte Guelfa ancora oggi compie il suo dovere realizzando il monitoraggio delle sponde dell’Arno in maniera sistematica ed attenta per integrare l’azione delle istituzioni preposte.

L’Arno presso il Comune di Reggello

arte Guelfa rappresenta da cinque secoli un fulgido esempio di gestione oculata del bene comune e, nella Toscana medicea, le connessioni fra le aree di operatività sulle acque si manifestano in più ambiti e si radicano in un sostrato collettivo di conoscenze pratiche basate sui sistemi di controllo e contenimento. Nella Firenze di Cosimo I il tema del controllo sistemico delle acque trovava anche una sponda speculativa nell’ambiente dell’Accademia fiorentina, informata da un rinvigorito interesse per i testi aristotelici. Si assiste, infatti, alla diffusione di nuove edizioni e di nuovi volgarizzamenti a stampa delle opere di Aristotele, caratterizzati da un approccio più rigoroso al testo alla base di nuovi studi: è il caso di Benedetto Varchi che rifletteva sull’interdipendenza dei fenomeni legati all’aria e all’acqua nella sua ‘lezione’ sui vari tipi di calore, evidenziando anche a Firenze una rinnovata circolazione di concetti di ascendenza aristotelica, forse alla base del programma iconologico dell’incompiuta grandiosa fontana di Ammannati nella Sala Grande di Palazzo Vecchio.

Squadrone Esploratori di Parte Guelfa in perlustrazione delle sponde dell’Arno nel Comune di Reggello

I lavori idraulici, inoltre, erano concepiti in relazione alla necessità di ottenere un deciso miglioramento dello sfruttamento agricolo del suolo in termini generalizzati, oltre a rispondere a esigenze di incremento della navigabilità fluviale – motore cruciale dei commerci – e di conservazione della piena funzionalità del reticolo stradale: si tratta di interventi che, oltre ad avere un valore oggettivo per le aree in cui si attuano, riverberano i propri effetti positivi sulla vita delle comunità di tutto il territorio del Granducato come, ad esempio, nel caso dei grandi «tagli» delle profonde anse fluviali di Arno Vecchio fra Empoli e Montelupo e di Vicopisano, con i terreni così acquisiti che vennero incorporati nei possedimenti medicei. Nello stesso orizzonte concettuale, si collocava il progetto di allontanare il fiume dal castello di San Giovanni scavando un nuovo letto all’Arno, la creazione del canale dei Navicelli nel territorio fra Pisa e Livorno, ma soprattutto la grande impresa del «canale macinante» appena fuori le porte di Firenze. Quest’ultima opera, avviata nel 1563, interagiva fortemente con la configurazione del XVI secolo del settore urbano di Porta al Prato, segnato già al tempo di Cosimo I dalla presenza del primo nucleo del giardino della Vagaloggia e poi dell’Orto Ferdinando, nel principato del terzo granduca di Toscana.

Squadrone Esploratori di Parte Guelfa in monitoraggio dei piccoli affluenti dell’Arno nel Comune di Rignano

Il quadro si compone anche di una stratificata serie di opere più minute ai corsi minori – dal Bisenzio alla Sieve, dall’Elsa all’Era –, che venne portata avanti durante tutto il principato del secondo duca di Firenze con determinazione ma con risultati non sempre efficaci. Tuttavia, la consapevolezza di dover trattare il tema della manutenzione del territorio dal punto di vista idraulico monitorandolo in modo organico, lavorando su tutto il reticolo dei corsi d’acqua maggiori e minori con l’obiettivo di contenere i danni alla capitale, emerge più volte dalle fonti documentarie dell’età di Cosimo I. Si manifesta dunque anche in Toscana quel legame ambientale, economico, politico e sociale fra campagna e realtà urbana, così caratteristico dell’Italia del Cinquecento, in cui rus et urbs sono sempre due ruote dello stesso sincronico ingranaggio. Come è stato evidenziato, infatti, nel corso del XVI secolo, il forte ritmo con cui cresce la popolazione urbana nei centri maggiori impone un aumento dei processi di ‘agrarizzazione’ del territorio e un miglioramento delle vie di comunicazione per facilitare l’approvvigionamento di viveri e prodotti.

Squadrone Esploratori di Parte Guelfa presso il Castello di Sammezzano nel Comune di Reggello

Parte Guelfa, attraverso l’operato del suo Reggimento “San Francesco” coi suoi Squadroni, Dragoni ed Esploratori, continua a monitorare da cinque secoli le sponde dell’Arno a cavallo ed a piedi e rinnova nel XXI secolo ancora il proprio dovere assistendo le istituzioni che si occupano di ambiente a livello locale, nazionale ed internazionale per realizzare il migliore monitoraggio possibile delle sponde dei corsi d’acqua e delle zone lacustri in maniera sistematica e permanente.

 

Autore

Emanuela Ferretti