C’è chi da bambino sogna di fare l’astronauta. Chi di diventare dottore o poliziotto. Io, invece, da piccolo sognavo di essere un cavaliere. Un desiderio forse insolito per uno della mia generazione, cresciuta nel pieno del boom economico, ma assolutamente naturale per me, bambino un po’ fuori dalle righe e con la testa colma di storie. Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, I tre Moschettieri e Ivanhoe a quei tempi erano i miei compagni d’avventura: porte aperte su un mondo meraviglioso dove il coraggio contava più della forza e la lealtà era un valore non negoziabile.
E poi c’era il castello di mio nonno. Un vero castello con torri svettanti e corridoi silenziosi. Un luogo misterioso e affascinante che, ogni volta che ci tornavo, sapeva riaccendere la mia immaginazione e trasformare una semplice visita o festività in un’incredibile avventura. Lì in quel microcosmo sospeso tra storia familiare e fantasia, ho iniziato a capire cosa significasse essere un cavaliere. È stato soprattutto mio padre, con la sua educazione solida e concreta, a mostrarmi che la cavalleria non è solo un mantello o una spada, ma un modo di stare al mondo: vivere con integrità, rispetto e responsabilità. Crescendo il mio interesse si è spostato sull’Ordine dei Templari: la croce rossa sul mantello bianco, i rituali carichi di simbologia, il mistero che li avvolge da secoli. Negli anni avevo persino provato ad approfondire l’Ordine di Malta per un articolo, ma ogni tentativo di organizzare un incontro sembrava svanire tra impegni, tempi stretti e porte socchiuse.
Per questo, quando mi è stato proposto di scrivere un pezzo sulla Arciconfraternita di Parte Guelfa, non me lo sono fatto ripetere due volte! Il mio interlocutore è stato Marco Crisci, alto manager della moda ma anche Capitano Geniere della Confraternita. Con lui è stato tutto naturale, come se ci conoscessimo da tempo. La conversazione è stata lunga e profonda: l’ho divisa in quattro parti, che vi invito a seguire perché davvero illuminanti.
Ricordi di un fanciullo che voleva diventare cavaliere
Le mie estati nel castello di mio nonno, a Platteville, sono state la scintilla che ha alimentato quel senso di cavalleria che ho sempre sentito scorrere dentro di me. Ogni volta che varcavo l’immenso portone della proprietà, avevo la sensazione di entrare in un mondo parallelo, dove tutto – il bosco, le torri, le ombre attorno alle mura – sembrava parlare la lingua dell’avventura. Tra i tanti ricordi, ce n’è uno che ancora oggi mi torna alla mente con una nitidezza disarmante. Quel giorno il castello era insolitamente vuoto: c’era solo mia nonna paterna in visita e noi tre fratelli.
Mentre lei dormiva nella sua stanza principesca, adagiata su un grande letto a baldacchino, ricordo che noi tre piccoli castellani ci “improvvisammo” suoi fedeli scudieri, decisi a difenderla da stregoni, draghi e invasori immaginari. Investiti di questa “solenne” missione, sgattaiolammo nella “salle d’armes”, afferrando un vecchio fucile scarico, una spada e una lancia un po’ troppo pesante per la nostra tenera età. Così, armati fino ai denti e fieri come tre piccoli paladini, ci presentammo davanti alla camera di nostra nonna proprio mentre si stava svegliando, facendole prendere un grosso spavento!Eppure, nonostante quella nostra leggerezza incosciente sia stata punita severamente da mio nonno e da mio padre quando scoprirono l’accaduto, quel ricordo continua ancora oggi a strapparmi un sorriso. Perché quell’episodio svelava qualcosa di profondo su di me: il mio sogno non era “giocare” a fare il cavaliere, ma esserlo davvero, anche solo per un giorno!
Un giorno tra i Cavalieri di Parte Guelfa
Come dicevo, è stata l’educazione rigorosa di mio padre a radicare in me quel senso di giustizia che, fin da piccolo, associavo alla cavalleria. Ma non era solo il valore morale ad affascinarmi: c’era anche l’estetica del cavaliere, quella combinazione di eleganza e forza, di simboli e stoffe pregiate, che per me era pura magia.
Quando sono arrivato per l’intervista a Marco e alla sua Confraternita, loro erano già lì ad aspettarmi, schierati con naturale compostezza. Il mantello verde ha catturato da subito il mio sguardo: elegante, essenziale, impreziosito dallo stemma dell’aquila rossa e del drago intrecciati. Un simbolo insieme arcano e potente, carico di rimandi alla tradizione dell’ordine. Il berretto completava tutto con una sobrietà che non toglieva nulla al carisma dell’abito. Vederli così, da vicino, senza cerimoniali e senza distanze, mi ha trasmesso la sensazione di toccare con mano un frammento di storia, ancora viva e reale.Marco mi ha sorpreso. Con voce calma e appassionata, mi ha raccontato che la Parte Guelfa affonda le radici nella Germania medievale, nell’epico conflitto tra Guelfi, sostenitori del papato, e Ghibellini, più vicini all’impero.
Io ero convinto fosse una tradizione esclusivamente fiorentina. Pensate, quella rivalità attraversò le Alpi e si radicò nelle città comunali, soprattutto a Firenze, dove nel 1266 Papa Clemente IV riconobbe ufficialmente l’Ordine di Parte Guelfa: una realtà che univa cavalleria, potere politico e un profondo senso di appartenenza. Dopo un lungo declino, culminato nel 1769, la tradizione venne riportata alla luce nel 2015 come Arciconfraternita culturale ed equestre, con l’obiettivo di custodire e rinnovare la memoria collettiva dell’ordine. “L’Ordine ha cambiato pelle tante volte, ma nasce come contingente militare del Papa”, mi ha spiegato Marco nella prima parte della nostra intervista. Oggi l’Ordine di Parte Guelfa è soprattutto onorifico e cerimoniale, legato alla tradizione, alla storia di Firenze e al suo patrimonio simbolico e culturale. Ma vederli lì davanti a me, mi ha fatto capire che quella tradizione non appartiene solo al passato: continua a respirare nel presente di chi la porta avanti con convinzione.
I valori distintivi dell’Ordine
Essere Cavaliere di Parte Guelfa non significa semplicemente indossare un mantello elegante. È molto di più: è innanzitutto una vocazione, un modo di stare al mondo, una scelta consapevole di mettersi al servizio degli altri e un impegno che va oltre le cerimonie e che si manifesta con gesti concreti. “Essere cavaliere sta nello spirito con cui si aderisce a una missione”, mi dice Marco. Certo, è inutile negarlo: quel mantello che indossa porta con sé una naturale dose di orgoglio e un po’ di sana vanità. Ma in questo caso l’abito non è solo un ornamento. È un abito che parla e che racconta un’appartenenza, una responsabilità e un’eredità da onorare.
E la cosa che più mi ha colpito è che dietro a quei simboli e vesti, ho visto persone autentiche, concrete, fiere e impegnate nella tutela dell’ambiente, la loro vera missione. Con un orgoglio composto, Marco aggiunge: “Siamo il primo ministero dell’ambiente della storia”. Un’affermazione che non è solo una formula suggestiva, ma la sintesi perfetta dello spirito che anima la Confraternita di Parte Guelfa: proteggere e servire l’ambiente con ogni mezzo a propria disposizione – a piedi, a cavallo, con i droni e persino con un’app geolocalizzata -.
L’Ordine è presente in ben 55 paesi e accoglie persone di ogni classe sociale e religione. I suoi cavalieri vigilano su parchi, riserve e aree verdi; segnalano degrado e pericoli; promuovono educazione ambientale nelle scuole e nelle comunità; sostengono progetti di tutela della flora, della fauna e della biodiversità. Per loro proteggere la natura significa assumersi una responsabilità verso le generazioni future, cercando di unire sviluppo sostenibile, cura del territorio e consapevolezza civica.
Sulle spalle di quei mantelli ho visto — e sentito — una grande responsabilità: proteggere il Pianeta che è la nostra casa, e la natura che ci circonda. Se volete saperne di più, seguite la seconda intervista cliccando questo link.
Cosa vuol dire salvaguardare la propria casa per un Cavaliere
Trascorrere una giornata tra Cavalieri mi ha profondamente emozionato. Non solo perché sono riuscito a dare forma a un sogno che custodivo fin da bambino, ma perché con lo sguardo adulto sono riuscito a cogliere significati che allora non avrei mai immaginato. Due aspetti, più di tutti, mi hanno colpito. Il primo è stato vedere cavalieri in carne e ossa: persone autentiche e mosse da una passione profonda che non ha nulla di romantico o idealizzato, ma che si esprime con azioni concrete.Il secondo aspetto riguarda la tutela dell’ambiente, un tema che mi sta a cuore da sempre. Scoprire che questo è oggi il cuore del loro impegno ha dato un senso ancora più forte a tutto l’incontro.
Ho conosciuto un Ordine aperto, inclusivo e trasversale: dal politico al disoccupato, dall’operaio al manager. Qui, infatti, non contano titoli, status o percorsi di studio, ma la condivisione di valori comuni e di un’unica passione. Nessun segreto, nessuna élite esclusiva. Per loro trasparenza e onestà sono valori messi al servizio dell’ambiente. Marco lo racconta con chiarezza nella terza intervista quando afferma: “Condividere questi principi assoluti non è una questione di scolarità. È l’espressione del bene che vogliamo fare verso l’ambiente, la casa in cui viviamo”.
Ed è proprio in tale dichiarazione che il concetto di cavalleria trova il suo significato più profondo e attuale: proteggere la propria casa. Non un castello o una fortezza, ma il mondo che ci ospita. Per questo diventa fondamentale far conoscere questi valori, diffonderli nelle scuole, tra i giovani, creando percorsi di divulgazione culturale e persino un’accademia di scienze ambientali. Non mi sorprende, allora, che l’Ordine organizzi tre conferenze annuali con ricercatori e studiosi, e che i documenti prodotti vengano poi presentati alla COP e diffusi a livello internazionale, con l’obiettivo di sensibilizzare governi, istituzioni e cittadini.
Un modo moderno e concreto di essere Cavalieri del presente

Marco conclude la sua quarta videointervista con un augurio che guarda al futuro: affinché le nuove generazioni sappiano concepire, intraprendere e portare avanti nuove iniziative, perché come dice lui: “non si finisce mai di pulire casa nostra”. È stato un incontro intenso, dove ho visto il mistero lasciare spazio all’azione concreta, guidata da valori autentici e passione sincera. E poi, c’è stato un momento che non mi aspettavo. Quando Giuseppe Garbarino, Segretario di Credenza della Confraternita di parte Guelfa, che avete conosciuto nel precedente FRAday su Pinocchio, mi ha detto di avermi inserito nella lista dei candidati per entrare a far parte della Confraternita, mi sono davvero emozionato!
Questo weekend condividerò sui miei canali social Facebook, Instagram, Linkedin e Youtube alcune azioni realizzate dall’Ordine, per mostrarvi quanto questi cavalieri lavorino per proteggere il nostro bene più prezioso: la Terra che abitiamo e che, insieme, dobbiamo custodire e proteggere perché possa accogliere le generazioni future.
Cor Unum et Anima Una. Oggi è FRAday!
(articolo completo il lingua Italiana)
(complete article in English language)
Autore
Francesco Fontana Giusti



