Dall’Archivio di Stato di Firenze emerge un nuovo prezioso documento. A trovarlo è stato Domenico Savini, storico e celebre genealogista, che ha trovato tra l’altro diversi documenti che riguardano Bice Portinari, la Beatrice di Dante. Questa volta invece la scoperta riguarda un terribile nemico del Sommo Poeta: Corso Donati, detto “il gran barone”, importantissimo esponente dei guelfi neri, personaggio quanto mai divisivo, rissoso e violento, fu condannato a morte in contumacia e ad avere distrutte le sue case. Ma divenuto strumento delle mire di Bonifacio VIII sulla Toscana, rientrò in Firenze nel novembre 1301 e si prese le sue vendette quando la parte Bianca – la “parte selvaggia” come la chiamò Dante – fu totalmente rovesciata a mandata in esilio; nel gennaio del 1302, come è noto, anche il Sommo Poeta fu colpito da quella pena e non rientrò mai più in Firenze.
Da allora fino al 1304 fu il vero dominus di Firenze, ma non senza vivaci contrasti con i suoi stessi sodali e le sue fortune finirono col tramontare sino al tragico epilogo: il 6 ottobre del 1308 è dichiarato traditore e si dà alla fuga; raggiunto dagli armigeri catalani al servizio del Comune, viene ucciso presso il convento vallombrosiano di San Salvi, appena fuori delle mura. Dante allude indirettamente alla sua fine in Purgatorio XXIV vv. 82-87; è lo stesso Forese Donati, fratello di Corso e amico del poeta, a citare in una profezia post eventu una leggenda popolare sulla fine del Gran Barone; egli sarebbe stato trascinato a coda di cavallo fino all’inferno: La bestia ad ogne passo va più ratto, / crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, / e lascia il corpo vilmente disfatto. Un personaggio dunque già discusso e discutibile ai tempi suoi, anche per le sue drammatiche vicende private, familiari e matrimoniali; ma senza ombra di dubbio un protagonista assoluto di uno dei momenti più complessi e drammatici della storia fiorentina. Il documento ritrovato da Savini è nientemeno che il testamento di Corso: è datato 19 aprile 1305 epoca in cui, dopo vari attentati, temeva per la propria vita e chiede ammenda dei suoi peccati.
Il testamento è stato redatto dal notaio Ser Giovanni di Borgo San Lorenzo in Mugello, notaio di cui non sono conservati protocolli in Archivio di Stato a Firenze. Il documento è una trascrizione del testamento originale, forse tardo cinquecentesca, conservato nel fascicolo Donati nelle Carte Dei. Un documento importante, anche perché il barone sembra sinceramente pentito del male commesso soprattutto ai danni delle mogli e delle sorelle. Di tutto questo, e della figura di Corso si parlerà Mercoledì 11 marzo alle ore 16.30 nella sala Firenze Capitale di Palazzo Vecchio; un incontro a cui l’Arciconfraternita di Parte Guelfa ha dato la sua piena adesione. Parleranno il dottor Domenico SAVINI che illustrerà la sua scoperta e parlerà dei legami familiari e “dinastici” del Barone; il dottor Daniele Masi, storico e araldista, sul tema “Lo stemma dei Donati e lo stemma di Pistoia”; il professor Domenico Del Nero, giornalista e saggista, confratello di Parte Guelfa, tratterà della figura politica di Corso e dei suoi rapporti con Dante. L’incontro è aperto al pubblico.

Autore
Manuela Sacchetti

