Roberto d’Angiò, il “re saggio”, incoronato rex Hierusalem et Siciliæ ad Avignone l’8 settembre 1309 e morto a Napoli il 19 gennaio 1343, è figura inscindibilmente legata alla cultura di Napoli. Figlio di Carlo II d’Angiò, detto lo “zoppo”, e di Maria d’Ungheria, visse sette anni in Catalogna, ostaggio degli Aragonesi insieme al fratello Ludovico: un periodo che lasciò tracce profonde e indelebili nella formazione della sua cultura. Nipote di Carlo I, il celebre apripista del guelfismo nel Meridione d’Italia, Roberto raccolse l’eredità di una dinastia che aveva imposto il proprio dominio spazzando via la casata degli Hohenstaufen con una campagna militare culminata nella battaglia di Benevento, dove Manfredi trovò la morte nel 1266; due anni più tardi, suo figlio Corradino di Svevia venne decapitato nella piazza del Mercato di Napoli. Il gusto della corte di Re Roberto (1309-1343) ebbe una gittata internazionale destinata a rimanere nella memoria storica per secoli e rifletté la fitta rete di rapporti politici che i membri della sua famiglia seppero costruire, estendendola da Napoli alla Polonia, dai Balcani al Mediterraneo.

Per Boccaccio, Roberto d’Angiò era “il re più sapiente del mondo dopo Salomone”. Fu raffinato cultore della filosofia, della logica e della teologia, tanto da essere ricordato anche come abile predicatore, mentre il cronista fiorentino Villani lo celebrò come “il più savio tra i Cristiani”. Cresciuto nel segno della spiritualità francescana, si dedicò alla stesura di oltre un centinaio di sermoni. La sensibilità di Roberto ebbe un carattere profondamente umanistico, e il suo mecenatismo divenne il collante di personalità quali Giotto, Boccaccio e Tino di Camaino. Forte era il legame tra gli Angiò e Firenze, città dell’umanesimo. Nel 1325 i fiorentini offrirono al figlio di Roberto, Carlo, la Signoria della città. Le strategie di comunicazione del Regno di Napoli passarono pertanto anche attraverso le arti e la filologia. La grandezza di una tale personalità doveva manifestarsi anche nella morte. Sua volontà era che i resti fossero divisi in quattro chiese della città, destinate alla venerazione. Non immaginava certo un sepolcro alto più di quindici metri, come quello attuale, concepito come una solenne macchina architettonica gotica, capace di integrare armonicamente architettura e scultura. Nell’arte francese la figura del defunto era solitamente distesa sul sarcofago, spesso sorretto da mensole o figure e sormontato da un baldacchino. Qui, invece, il sovrano è insieme seduto in trono e disteso sul classico baldacchino funebre, contornato da figure dolenti e da angeli reggi cortina, secondo una tipologia che va da Giovanni Pisano a Tino di Camaino. La tomba che oggi ammiriamo è frutto del lavoro degli scultori Pacio e Giovanni di Firenze, impegnati nell’opera fino al 1343. Il monumento era articolato in più registri: la base con le Virtù Cariatidi che sorreggono la cassa, il sarcofago, la camera funebre, la scultura del re intronizzato e, sulla sommità, la commendatio animae, ovvero la rappresentazione dell’ascesa dell’anima del defunto al regno dei cieli attraverso la Vergine Maria. A coronare il tutto, una figura di San Michele. Nella scena della camera funebre, il Re defunto veste il saio francescano. Tra le figure disseminate nei rilievi emergono allegorie che simboleggiano, da un lato, la Scienza, la Religione e la Prudenza; dall’altro, la Carità, la Giustizia e la Temperanza. Nella parte centrale-inferiore del monumento compare il re, posto nel mezzo della scena è raffigurato insieme all’intera famiglia: a sinistra Maria di Durazzo, Maria figlia di Carlo, duca di Calabria, e il figlio secondogenito Ludovico; a destra la prima moglie Violante d’Aragona, Carlo duca di Calabria, Maria di Valois, il figlio di Carlo di Calabria, Ludovico, e infine l’altro figlio del re angioino, Martino.

I lavori durarono diversi anni e, nell’attesa del compimento del monumento, per Roberto fu allestito inizialmente un sepolcro provvisorio di marmo, forse quello oggi visibile nel coro delle Monache. Ogni napoletano che entrava nella chiesa di Santa Chiara posava gli occhi sul sepolcro di Re Roberto, incrociando il suo volto impresso nel marmo, e leggeva l’epiteto, forse lasciato dal Petrarca: «Guardate il re Roberto colmo di virtù». Oggi, come nel Medioevo, lo sguardo del fedele è immediatamente attratto dalla tomba di Roberto d’Angiò, che sopravvive tra monumentalità e contorni mistici. La tomba, infatti, occupa il centro dell’altare: un monumento incastonato come una gemma, frutto di una magistrale regia spaziale, forse nata proprio da un progetto di Roberto d’Angiò, mosso dal desiderio di fare di Santa Chiara il pantheon angioino napoletano. Alla destra del riguardante si trova la tomba del figlio di Roberto, Carlo, duca di Calabria ed erede designato al trono di Sicilia, premorto al padre nel 1328; alla sinistra, quella della nipote Maria, duchessa di Durazzo, morta nel 1366, figlia di Carlo di Calabria e di Maria di Valois. Oggi la Chiesa di Santa Chiara è il frutto di un magistrale intervento di restauro e integrazione, reso possibile anche grazie all’opera dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze nel 1953. La struttura fu ricostruita quasi interamente in seguito ai devastanti bombardamenti americani del 4 agosto 1943. Quasi tutti i sepolcri angioini furono distrutti; solo la tomba di Roberto subì danni minori: il basamento e le cariatidi che sorreggono il sarcofago rimasero quasi integri, sebbene la superficie del sarcofago risultasse deteriorata e la statua giacente calcinata. A seguito di quel tragico evento, la chiesa perse inoltre tutte le precedenti decorazioni barocche. Purgata di queste ultime, Santa Chiara offre oggi ai visitatori la sua anima più antica: quella gotica.

 

 

Autore

Alfonso D’Orsi