Categoria: Arciconfraternita Pagina 2 di 3

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Parte Guelfa – Cavalleria Repubblica Fiorentina
Palagio dei Capitani di Parte Guelfa
Piazza di Parte Guelfa 1 – 50123 Firenze
Codice Fiscale 94247160487

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Adesione alla Parte Guelfa

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Aderire all’Arciconfraternita Parte Guelfa significa essere accolto fraternamente da una comunità coesa di Confratelli e Consorelle, ma anche attenersi alle condizioni richieste per l’ammissione degli Aspiranti Cavalieri e Dame di Parte Guelfa, ovvero agli impegni richiesti a tutti gli appartenenti. Chiedere di far parte della nostra Arciconfraternita rappresenta una scelta precisa di militanza attiva, la quale contempla l’impegno finalizzato alla propria crescita spirituale ed alla testimonianza di vita cristiana, alla tutela dell’ambiente ed alla valorizzazione delle tradizioni fiorentine. La fedeltà al Pontefice Massimo, dal quale storicamente dipende in maniera diretta la nascita della Parte Guelfa, obbliga tutti i membri ad un impegno permanente nelle attività della Parte Guelfa. Diventare Cavaliere o Dama di Parte Guelfa non rappresenta un onore ma un servizio. Questa importante scelta viene formalizzata con un giuramento fatto al momento dell’investitura, con il quale si assume per tutta la vita un impegno di partecipazione attiva, di carità e di obbedienza alle regole della Parte Guelfa. La mancata ottemperanza all’impegno assunto implica la revoca dell’appartenenza secondo l’insindacabile giudizio del Consiglio di Credenza, nonché dell’uso del titolo e delle insegne conferite all’atto dell’investitura.

Con questa premessa, oltre ai requisiti di base per l’ammissione che richiedono l’attestazione di una profonda e convinta fede cristiana, di una esemplare condotta di vita, di vera moralità, di dimostrata predisposizione alla carità e di vero interesse verso il Creato e Firenze, vi sono altri elementi di valutazione che devono essere presi in considerazione per verificare l’effettiva possibilità del candidato di ottemperare agli impegni che l’appartenenza alla Parte Guelfa richiede. La presentazione della richiesta di ammissione prevede colloqui conoscitivi ed informativi con i Capitani ed altri incaricati ed una frequentazione preparatoria e di verifica, per approfondire la reciproca conoscenza, in un periodo non inferiore ai due mesi. Dopo tale tempo, la richiesta di ammissione, corredata da tutti i documenti richiesti, viene sottoposta alla competenza del Consiglio di Credenza al cui insindacabile giudizio spetta la decisione di concedere l’ammissione.

 

Per richiedere l’ammissione nella Parte Guelfa scrivere a :

Responsabile adesioni ” adesioni@parteguelfa.it  

 allegando la modulistica che segue:


MODULISTICA

La domanda di adesione deve essere compilata in ogni sua parte e sottoscritta. Per svolgere le attività ludico-sportive è altresì necessario presentare un certificato medico di idoneità all’attività sportiva non agonistica.

Parte Guelfa – Domanda di adesione

La Parte Guelfa costituisce anche il gruppo Cavalleria Fiorentina del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina, alle dipendenze dell’Ufficio Feste e Tradizioni Popolari del Comune di Firenze. Riportiamo quindi anche la relativa domanda di tesseramento. Sono esonerati dal compilare detta domanda coloro che sono già iscritti in altri gruppi del Corteo Storico o chiunque abbia già compiuto il 70° anno di età.

Corteo Storico Repubblica Fiorentina – Domanda di tesseramento

 

 

 

parte guelfa definitivo per sfondi bianchi

 

 

Autorità

Autorità

 

Parte Guelfa Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica Francesco
Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica
Francesco

 


Conferenza Episcopale Italiana
Gualtiero Bassetti

 


Diocesi di Pistoia
Fausto Tardelli

 


Custodia di Terra Santa
Francesco Patton

 


Presidenza della Repubblica Italiana
Sergio Mattarella

 

Parte Guelfa Stemma di Firenze
Comune di Firenze
Dario Nardella

 


Casa Savoia Aosta
Aimone di Savoia-Aosta

 

Parte Guelfa Legato della Casa dAngiò Luigi Alfonso di Borbone Dampierre
Casa Borbone Francia
Luigi Alfonso d’Angiò

 


Casa Welfen Hannover
Ernesto Augusto di Hannover

 

Parte Guelfa Legato della Casa dAsburgo Lorena Sigismondo Asburgo Lorena
Casa Asburgo Lorena Toscana
Sigismondo d’Asburgo Lorena

 

Compagnie di Quartiere

Compagnia di Santo Spirito
Quartiere di Santo Spirito 1

Priore
Gloria Benedetti

Vicario
Marco Baldesi

Capitano
Gandolfo Ventimiglia

Capogruppo
Fabio Bianchi

Barbaresco
Claudio Naldoni

Correttore
Marco Venturini

 

 

Compagnia di Santa Croce
Quartiere di Santa Croce 1

Priore
Gianna Berti

Vicario
Maurizio Matta

Capitano
Marco Sottili

Barbaresco
Nicola Franzoni

Correttore
Stefano Mason

 

 

Compagnia di Santa Maria Novella
Quartiere di Santa Maria Novella 1

Priore
Silvia Bongini

Vicario
Massimo Arcidiacono

Capitano
Antonio Magnelli

Barbaresco
Giacomo Cresci

Correttore
Marco Batocchi

 

 

Compagnia di San Giovanni
Quartiere di San Giovanni 1

Priore
Vittoria Testa

Vicario
Roberto Torrini

Capitano
Gabriele Mauro

Barbaresco
Bernardo Vannucci

Correttore
Luca Amerighi

 

Le Compagnie di Quartiere, o di Parte, sono organismi volti alla realizzazione di eventi organizzati dalla Parte Guelfa e non costituiscono enti autonomi. Esse non possono svolgere attività in maniera indipendente, né provvedere in proprio all’amministrazione, ma dipendono direttamente dal Consiglio di Credenza. È dovere di ogni Compagnia notificare con lettera ufficiale al Consiglio di Credenza per la ratifica la formazione del proprio Consiglio, indicando il cognome, nome, residenza e certificato del casellario giudiziale di ciascuno dei membri che lo compongono, nonché la carica rispettivamente assegnata. In ogni manifestazione, le Compagnie di Quartiere sono tenute all’osservanza delle prescrizioni del Consiglio di Credenza in tutto ciò che si riferisce alla parte preparatoria ed al regolare e decoroso svolgimento. Le Compagnie rappresentano i tradizionali Quartieri fiorentini, gli stessi adottati dalle Società di Parte del Calcio Storico Fiorentino, con le quali stabiliscono un legame attraverso la presenza di incaricati nei rispettivi Consigli. Ogni Compagnia di Quartiere è rappresentata da un Consiglio di Parte il quale è composto dal Priore, che lo presiede e che cura i rapporti col Consiglio di Credenza; dal Vicario, che lo sostituisce in caso di assenza e che corrisponde al Presidente o altro delegato del rispettivo Colore del Calcio Storico Fiorentino; dal Capitano dei Cavalieri del Quartiere, dai Cavalieri di Compagnia nel numero di uno per Gonfalone ovvero di quattro per Quartiere; dal Cappellano di Quartiere, sacerdote al quale è affidato dal Cappellano Maggiore di Parte Guelfa il servizio e l’assistenza religiosa della Compagnia di Quartiere; dal Correttore di Quartiere; dal Nobile Commissario e dal Capogruppo di Quartiere. In caso di inosservanza, le Compagnie di Quartiere ed i singoli componenti sono passibili di sanzioni, secondo le inappellabili decisioni del Consiglio di Credenza. Ogni carica di Quartiere viene confermata dal Consiglio di Credenza tra i membri dell’Arciconfraternita ed ha durata annuale. Il Consiglio ha il potere di rimuovere ciascun incaricato per motivi disciplinari e di opportunità.

Ogni Quartiere è suddiviso in quattro Gonfaloni di Compagnia secondo la disposizione risalente al 1343:

  • nel Quartiere Bianco di Santo Spirito, blasonato d’azzurro alla colomba al naturale: Nicchio, Scala, Sferza, Drago;
  • nel Quartiere Azzurro di Santa Croce, blasonato d’azzurro alla croce d’oro: Bue, Lion Nero, Ruote, Carro;
  • nel Quartiere Rosso di Santa Maria Novella, blasonato d’azzurro al sole d’oro: Lion Bianco, Lion Rosso, Vipera, Unicorno;
  • nel Quartiere Verde di San Giovanni, blasonato d’azzurro al battistero d’oro: Chiavi, Vaio, Drago Verde, Lion d’Oro.

 

Parte Guelfa - timbro tondo

 

Consiglio di Credenza

 

Consiglio di Credenza

 

Console
Luciano Artusi

Capitano Generale
Andrea Claudio Galluzzo

Capitano Maggiore
Gabriele Malquori

Capitano Camerlengo
Luca Amerighi

Capitano Geniere
Stefano Tani

Capitano Luogotenente
Massimiliano Pulvano Guelfi

Governatore
Franco Lucchesi

Connestabile
Gregorio Savio

Cancelliere
Sergio Turini

Segretario di Credenza
Maria Angela Muccignato

Tenente di Credenza
Filippo Cassetti Burchi

 

Parte Guelfa - timbro tondo

Stato Maggiore


Stato Maggiore

 

 


Segreteria di Credenza

Segretario di Credenza
Maria Angela Muccignato

Tenente di Credenza
Filippo Cassetti Burchi

Attendente di Credenza
Umberto Panti
Silvia Bongini
Ramona Cianferoni
Lisa Bianchini
Andrea Veronese
Patrizia Mauro
Ilaria Losco

 

 


Tesoro

Capitano Camerlengo
Luca Amerighi

Governatore
Franco Lucchesi

Provveditore Generale
Alessio Paoli

Provveditore alle Arti
Claudio Tongiani

Provveditore all’Energia
Damiano Landi

Economo
Gabriele Vaccaro

Attendente al Tesoro
Luca Galasso
Marco Batocchi

Priori della Pecunia
Bernard Augsburger
Francesco Maria Checcaglini
Vanni Torrigiani Malaspina
Niccolò Ridolfi di Montescudaio
Sebastiano Uzielli De Mari

 

 


Giustizia

Sindaco
Edward William Watson Cheyne

Tenente Sindaco
Nicola Cecchi

Notaro
Piergiorgio Carboni

Conservatore dei Sigilli
Simone Mazzocchi

Giudice di Quartiere
Sara Salti

 

 


Capitolo

Capitano Luogotenente
Massimiliano Pulvano Guelfi

Luogotenente Generale
David Edwin Wilson Arkless

Tenente
Andrea Veronese
Patrizia Mauro

 

 


Cancelleria

Cancelliere
Sergio Turini

Procuratore
David Edwin Wilson Arkless
Salah Cherif Brahimi

Connestabile
Gregorio Savio

Araldo
Nicola Biagi
Luigi Laserpe

Deputato presso Ordini Cavallereschi
Massimiliano Pulvano Guelfi

Deputato presso Questura e Prefettura
Massimo Fusto

 

 

Culto

Priore Generale
Fausto Tardelli

Cappellano Maggiore
Vasco Giuliani

Priore della Compagnia di San Lodovico
Luca Amerighi

Curato della Compagnia di San Ludovico
Stanislaw Jakubczak

Correttore Generale
Davide Baldi Bellini

Tenente Correttore
Paola Capecchi
Gabriele Vaccaro

Deputato presso Santa Sede
Massimilano Pulvano Guelfi

Deputato presso Curia Pistoiese
Roberto Umberto Natali

Deputato presso Curia Fiorentina
Franco Tufano

Capitolo dei Cappellani Onorari
Gualtiero Bassetti
Alvaro Bardelli
Andrea Bellandi
Roberto Breschi
Antonino Carillo
Luca Carlesi
Livio Crisci
Giancarlo Corsini
Cristiano D’Angelo
Luca De Santis
Riccardo Fontana
Bernardo Francesco Gianni
Paolo Giulietti
Gaetano Iaia
Stanislaw Jakubczak
William Hanna Shomali
Fouad Twal

 

Carità

Elemosiniere
Nicola Mondaini

Tenente Elemosiniere
Sara Tanguenza

 

 

Formazione e Cultura

Maestro Generale
Riccardo Mugellini

Rettore
Marco Crisci

Tenente Rettore
Riccardo Sacchettini

Letterario
Enrico Calì

Ordinatore
Fabrizio Nucera Giampaolo

Tenente al Codice Etico
Elio Filidei

 

 

Cerimoniale

Gran Cerimoniere
Giuseppe Garbarino

Tenente Cerimoniere
Franco Tufano
Marco Crisci

Aquilifero
Fernando Ferrini

Vessilliferi
Beatrice Tranchida
Maria Angela Muccignato
Rita Sportolari
Veronica Lascialfari

 

 

Salute

Ospitaliere
Emiliano Caselli

Tenente Ospitaliere
Teresa Favino
Elio Filidei

 

 

Arte Equestre

Gran Scudiero
Alberto Bellini

Tenente Scudiero
Giuliano Buccheri

Cavallerizzo Maggiore
Bernardo Vannucci

Tenente Cavallerizzo
Ahmad Deljooye Sabeti

Priore dei Giudicatori
Leonardo Tasselli

Barbaresco Generale
Franco Soannini

 

 

Corteo

Capogruppo Cavalleria Fiorentina
Gabriele Malquori

Capogruppo Vicario Cavalleria Fiorentina
Stefano Tani
Gregorio Savio

 

 

Giostre

Maestro di Campo
Vincenzo Palmeri

Aiutante di Campo
Jacopo Ragazzi
Nicola Biagi

Connestabile
Gregorio Savio

Capitano di Piazza
Stefano Mason

Maestro delle Milizie
Leonardo Malquori

 

 

Equidi

Cerusico
Isabelle Casalini

Tenente Cerusico
Stefano Tani
Marta Vieri
Eleonora Guicciardini Corsi Salviati

 

 

Arti

Maestro di Cappella
Giacomo Granchi

Maestro Musico
Stefano Burbi
Davide Baldi Bellini
Giacomo Benedetti
Beltrando Mugnai
Federico Maremmi

Iconografo
Maurizio Rufino
Costel Dorneanu
Francesco Lepori
David Battistella
Walter Cicali
Sara Salti

Araldista
Luciano Leni
Mauro Pieroni
Federico Sassoli

Pittore
Andrea Granchi
Claudio Sacchi
Paola Imposimato
Francesco Chimienti
Gianni Bandinelli

Grafico
Beatrice Guarneri
Saverio Fontini
Claudio Martini

 

 

Comunicazione

Banditore Generale
Marco Rontini

Tenente Multimedia
Tommaso Conforti

Tenente Banditore
Elena Tempestini

Banditore
Oliver Hickman
Susanne Eugenie Louise Probst
Cecilia Sandroni
Riccardo Dal Monte
Fabrizio Orsini
Simone Cerino

 

 

Sicurezza

Bargello
Paolo Tarlini

Capoguardia
Marco Venturini
Marco Pompili

Serragente
Daniele Calamassi
Alessandro D’Ambrogi

 

 

Genio

Capitano Geniere
Stefano Tani

Sovrintendente
Enzo Forzieri

Architetto Generale
Simone Mazzanti

Tenente alla Logistica
Matteo Mugnaini

Tenente alla Custodia
Daniele Calamassi

Capomastro
Romano Primini

Oste
Francesco Simonetti

Maestro d’Ascia
Gandolfo Ventimiglia

Maestro del Tufo
Antonio Magnelli

Maestro delle Feste
Massimo Andreoli

Maestro delle Delizie
Jacopo Morandi
Francesca Zaffonti

Maestro del Colore
Costel Lulu Dorneanu

Maestro Sartore
Stefano Baldacci

Tenente al Vestiario
Paolo Carboni
Enzo Poggiani

Maestro Spadaio
Eleonora Rebecchi
Rodolfo Tanara

Gran Tamburo
Giulio Alari

 

 

Codice Etico

parte guelfa definitivo per sfondi bianchi 

Regolamento Disciplinare e Codice Deontologico
per gli appartenenti all’Arciconfraternita

 

Firenze, 25 Marzo 2016

Le regole sono “scelte di libertà” che ciascuno assume per rendere esplicita una appartenenza, una scelta di vita. La nostra Arciconfraternita di Parte Guelfa ha in sé lo stigma di una regola autoimposta, quello della fratellanza e dell’impegno gratuito e responsabile nel rispetto dello statuto in vigore.

Tuttavia sono i destinatari stessi delle nostre attività di volontariato che hanno il diritto di conoscere le modalità con cui tutti gli appartenenti all’Arciconfraternita svolgono il proprio ruolo ed è nostra precisa responsabilità farci riconoscere dalle Istituzioni, in quanto realizziamo servizi a loro favore come indicato con chiarezza nel nostro statuto e lo facciamo attraverso il nostro peculiare “stile guelfo”.

Per questi motivi il Consiglio di Credenza ha predisposto il codice deontologico e disciplinare interno, approvato in data 24 Febbraio 2016 con Delibera del Consiglio di Credenza.

Obiettivo del presente “codice” è quello di ricollegarsi ai principi statutari, interpretandone lo spirito e traducendo in pratica le radici della nostra antica magistratura oltre a quello di regolamentare la nostra proiezione all’esterno attraverso la comunicazione, in senso lato, per presentare le nostre attività e promuovere, con l’immagine, i nostri obiettivi e valori.

È il nostro vademecum per sentirci partecipi e fraternamente uniti in una proposta d’impegno che deve essere una ricchezza per tutti: per coloro che hanno scelto di essere parte integrante della nostra Arciconfraternita, per il Comune di Firenze, l’Arcidiocesi e le altre Chiese della comunità cristiana di Firenze che hanno permesso e promosso la nostra ricostituzione.

 

CODICE DEONTOLOGICO E DISCIPLINARE


L’Arciconfraternita di Parte Guelfa è fondata sul servizio volontario e gratuito da prestare al Comune di Firenze, all’Arcidiocesi ed alle Chiese cristiane di Firenze. La forza della Parte Guelfa risiede nella capacità di intercettare e rispondere ai molteplici bisogni, mobilitando i suoi volontari in varie situazioni sotto il coordinamento degli organi interni.

 

I PRINCIPI FONDAMENTALI

Fraternità

Rispetto reciproco e verso i terzi

Gratuità del servizio

Attività coordinata degli organi predisposti

Neutralità politica e ideologica

Indipendenza

 

PREMESSE


Finalità
– Il presente Codice intende puntualizzare gli elementi del quadro etico e comportamentale che deve guidare ogni Confratello e Consorella nell’esercizio delle proprie funzioni nella vita di ogni giorno e, a maggior ragione, quando opera per conto della Parte Guelfa, informandolo della condotta da tenere.

Campo di applicazione – Il presente Codice si rivolge a tutti gli aderenti ed a tutti coloro che, comunque, agiscono sotto il nome della Parte Guelfa qualsiasi sia il ruolo ricoperto.

Applicazione – il buon senso di ognuno e di tutti e la conoscenza delle profonde motivazioni che muovono le attività della Parte Guelfa sono indispensabili per l’applicazione efficace del Codice.

 

REGOLE GENERALI


Verranno applicate le istruzioni e le regole deontologiche stabilite nel presente Codice ogniqualvolta il comportamento tenuto al di fuori e/o nello svolgimento delle attività della Parte Guelfa abbiano determinato o possano determinare un danno materiale e/o di immagine all’Arciconfraternita stessa.

 

 RESPONSABILITÀ DELL’ARCICONFRATERNITA VERSO GLI ADERENTI


La Parte Guelfa ha il compito di:


Incoraggiare
lo spirito fraterno e di volontariato;

Fare in modo che ogni aderente si senta il benvenuto e garantirne l’integrazione nella vita dell’Arciconfraternita;

Insistere sull’importanza della collaborazione per poter raggiungere i fini statutari;

Assicurare l’orientamento di aspiranti e confratelli e dare le disposizioni necessarie alla loro formazione progressiva, affinché possano svolgere in modo adeguato compiti che verranno loro assegnati;

Identificare i bisogni, trovare le risposte necessarie e elaborare programmi ai quali i confratelli possano partecipare;

Fornire ai confratelli la documentazione necessaria per tenersi aggiornati regolarmente sulle questioni concernenti la Parte Guelfa anche attraverso gli strumenti informatici e media disponibili;

Consegnare, anche su supporto informatico agliaderenti il testo del presente Codice di deontologia.

 

DIRITTI DEGLI ADERENTI


I rapporti tra l’Arciconfraternita e gli aderenti sono regolati dalle disposizioni dello Statuto e dal presente Codice.


Compiti
– il Confratello ha il diritto di aver assegnati dei compiti e delle responsabilità che corrispondano alla sua indole, alla sua disponibilità ed alla sua preparazione;

Uguaglianza – il Confratello ha diritto ad essere trattato, in ogni circostanza, in modo equo, indipendentemente dalla razza, dalle sue convinzioni politiche, filosofiche;

Libertà d’espressione – la libertà d’espressione è un diritto fondamentale di ogni Confratello. Anche le critiche costruttive, infatti, trasmesse tramite i canali interni appropriati, contribuiscono al dinamismo interno dell’Arciconfraternita. Per quanto concerne le dichiarazioni all’esterno dell’Arciconfraternita, varranno le Direttive in materia di informazione contenute nel presente Codice.

 

RESPONSABILITA’ DEI CONFRATELLI NEI CONFRONTI DELL’ARCICONFRATERNITA


Confratelli e Consorelle sono tenuti a:

Conoscere il Codice deontologico dell’Arciconfraternita, e promuovere la sua diffusione, accettandone i principi;

Rispettare le regole concernenti l’uso dell’emblema e impedirne ogni abuso;

Essere consci che, lavorando per la Parte Guelfa, essi la rappresentano e, con essa, rappresentano il Comune e l’Arcidiocesi di Firenze;

Prestare costantemente attenzione ai bisogni dei Confratelli anche quando non sono in servizio attivo o non vestono la divisa;

Rispettare la necessaria discrezione per le attività che la Parte Guelfa svolge;

Instaurare rapporti positivi con tutti i Confratelli e le Consorelle, comunicando con loro e prendendo coscienza dell’importanza dell’integrazione della Parte Guelfa nel tessuto sociale fiorentino;

Rispondere ai bisogni della Parte Guelfa e di tutti i Confratelli con maturità, simpatia e buon senso;

Provare a servire nella misura dei suoi mezzi, ma dimostrarsi aperto e perseverante nella sua azione.

 

DOVERI DEI CONFRATELLI


Lealtà
– Il Confratello è legato all’Arciconfraternita da spirito e sentimenti di lealtà a conferma della documentazione sottoscritta al momento della domanda di adesione e nel periodo di aspirantato;

Imparzialità – Nell’esecuzione dei suoi compiti il Confratello deve restare onesto, imparziale ed equo ed è tenuto a evitare qualunque comportamento arbitrario che possa recare danno a persona, gruppo o altra entità;

Indipendenza – La condotta di ogni Confratello non può essere influenzata da fattori esterni, compresi quelli di natura politica o da interessi personali;

Responsabilità – Il Confratello, conscio dell’importanza dei suoi compiti e delle sue responsabilità, si comporta in modo tale da conquistare e mantenere la fiducia dei terzi nei confronti dell’Arciconfraternita, anche offrendo il miglior servizio possibile nel rispetto delle finalità statutarie;

Competenza ed efficacia – Il Confratello agisce secondo le sue competenze e conoscenze per eseguire al meglio e con rigore i compiti che gli sono affidati. Applica le procedure stabilite dall’Arciconfraternita con efficacia e attenzione. Risponde ai propri compiti con maturità e professionalità;

Rispetto dello stemma – il Confratello agisce nel rispetto delle regole concernenti l’uso dello stemma della Parte Guelfa e ne impedirà a se stesso e agli altri ogni abuso o uso improprio;

Conflitto d’interesse – il Confratello deve evitare ogni conflitto d’interesse nell’esercizio delle sue funzioni. Il conflitto d’interesse nasce da una situazione nella quale l’interesse privato o personale prevale e rischia di influenzare l’esercizio imparziale e obiettivo delle sue funzioni. L’interesse privato o personale del Confratello comprende ogni vantaggio in favore di se stesso, della sua famiglia o del suo entourage;

Interessi economici – il Confratello non può conservare o acquisire, direttamente o indirettamente, degli interessi di natura o d’importanza tali che possano compromettere la sua indipendenza nell’esercizio delle sue funzioni;

Regali – Una prudenza particolare è raccomandata ad ogni Confratello allorquando gli sono offerti regali personali in relazione alla sua attività. Quale regola generale ogni confratello scoraggerà il dono di qualunque regalo che non abbia un valore puramente simbolico. È ammesso ricevere, invece, delle libere offerte per le quali i riceventi devono rilasciare regolare ricevuta numerata fornita dagli appositi organi della Parte Guelfa;

Pubblicazioni e Conferenze – Il Confratello che desidera pubblicare o far pubblicare un testo, rilasciare un’intervista o tenere una conferenza stampa che tratti o che comunque si colleghi all’attività dell’Arciconfraternita deve chiederne preventiva autorizzazione al Consiglio di Credenza;

Riservatezza – Il Confratello non può comunicare, in alcuna forma, documenti o informazioni delle quali viene a conoscenza nello svolgimento delle sue funzioni all’interno della Parte Guelfa e non potrà renderli pubblici. Lo stretto rispetto delle regole relative all’accesso ed alla diffusione delle informazioni costituisce un obbligo fermo ed ogni mancanza sarà suscettibile di misure disciplinari e, se è il caso, di denuncia penale;

Denunce – Nel quadro delle sue funzioni ogni Confratello è tenuto ad informare il Consiglio di Credenza di ogni irregolarità eventualmente constatata. Facendo ciò deve assicurarsi dell’esattezza e della pertinenza delle affermazioni che verrà chiamato a sottoscrivere di fronte agli organi interni proposti.

Procedure e sanzioni disciplinari – L’insieme delle regole del presente Codice costituisce una serie di obblighi ai quali ogni Confratello deve sottomettersi con consapevolezza e precisione. Il mancato rispetto di tali norme comporterà sanzioni che saranno commisurate alla gravità delle mancanze.

 

RESPONSABILITÀ DELL’ARCICONFRATERNITA NEI CONFRONTI DEL CONFRATELLO


Diritto alla garanzia contro i rischi
– Ogni Confratello ha diritto ad essere garantito, contro i rischi connessi allo svolgimento di attività di volontariato nell’ambito dell’Arciconfraternita, mediante forme adeguate di assicurazione deliberate dagli organi centrali;

Diritto di audizione – Ogni Confratello ha diritto ad essere ascoltato dagli organi o dai soggetti preposti all’attività a lui affidata anche in ordine al suo impiego in compiti adeguati alle proprie riconosciute capacità;

Diritti di informazione – Ogni Confratello ha il diritto di essere a conoscenza del presente Codice disciplinare, pertanto sarà responsabilità degli organi direttivi della Parte Guelfa di renderlo disponibile attraverso ogni mezzo possibile (cartaceo, internet, facebook eccetera).


I DOVERI DEL CONFRATELLO

Conoscenza dell’ordinamento -Ogni Confratello ha il dovere di conoscere l’ordinamento dell’Arciconfraternita secondo le norme dello Statuto, dei regolamenti emanati dai suoi organi statutari, dei compiti e delle attività della Parte Guelfa.Il Confratello ha il dovere di adeguare le proprie capacità e le proprie attitudini al più alto livello possibile nello svolgimento delle attività richieste dai compiti assegnati per la realizzazione degli obiettivi di volta in volta fissati dagli organi dell’Arciconfraternita.

Adempimenti personali -Il Confratello ha il dovere di adempiere alle prestazioni alle quali si è volontariamente obbligato verso l’Arciconfraternita nel quadro generale dei compiti e degli obiettivi della stessa.Il Confratello ha il dovere di rispettare ed utilizzare adeguatamente i simboli, gli equipaggiamenti e qualsiasi altro tipo di materiale appartenente all’Arciconfraternita.IlConfratello ha il dovere di conformare i propri comportamenti alle esigenze deontologiche di rispetto e confidenzialità del volontariato, senza aspettative di controprestazioni di alcun genere.È auspicabile che ogni Confratello partecipi almeno a due eventi organizzati dalla Parte Guelfa ogni anno. La partecipazione alle attività sarà segno inequivocabile della vocazione alla fratellanza reciproca. L’assenza del confratello alle attività per oltre due anni potrà portare a sanzioni disciplinari.

Uniformi e decorazioni Per tutte le cerimonie civili o religiose e servizi in genere i Confratelli e le Consorelle sono obbligati ad indossare la divisa prevista con eventuale decorazione della Parte Guelfa per la quale dovranno provvedere all’acquisto: solo per i primi mesi la Parte Guelfa potrà provvederà a fornire una divisa in comodato d’uso se disponibile. E’ eccezionalmente consentito espletare servizio senza divisa solo nei casi in cui per giustificati motivi gli aderenti si trovino nell’impossibilità di indossare la divisa o sia previsto dall’evento stesso.

Per ogni altra evenienza saranno gli organi addetti a definire abbigliamento e divisa da indossare. E’ tassativamente vietato l’utilizzo del vestiario e delle attrezzature previste dalla Parte Guelfa per ogni attività che non sia inquadrata nelle attività dell’Arciconfraternita. Tale infrazione potrà essere soggetta a significativi provvedimenti.

Quote Sociali Ogni Confratello ha il dovere di pagare ad ogni scadenza annuale la quota sociale stabilita dagli organi preposti dell’Arciconfraternita. Anche coloro che non svolgono servizio attivo dovranno pagare la quota annua, nella misura e secondo le modalità stabilite dal Consiglio di Credenza. Alla data del presente regolamento la quota è fissata a € 50,00 annue. I Confratelli e le Consorelle che per oltre un biennio non pagheranno la quota annuale saranno considerati morosi e potranno essere radiati dai ruoli con relativa perdita di ogni diritto e privilegio cavalleresco.

Esclusività Corteo Storico della Repubblica Fiorentina -Ogni Confratello è obbligato al tesseramento al Gruppo della Cavalleria del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina ed al rispetto dei regolamenti stabiliti dal Consiglio delle Feste e Tradizioni Popolari Fiorentine e dalla Direzione del Corteo Storico.

Indipendenza ed imparzialità -Ogni Confratello, nell’attività resa in espletamento di compiti affidatigli dall’Arciconfraternita o nell’esercizio di funzioni istituzionali connesse alla propria posizione, deve operare secondo le direttive degli organi competenti ed evitare di subire influenza da parte di soggetti estranei a tali organi o comunque non investiti di attribuzioni nella materia. Ogni Confratello, nello svolgimento della propria attività, deve operare con imparzialità e rispetto verso tutti i soggetti beneficiari della stessa, valutando con opportuna equità i bisogni di ciascuno rapportati alle disponibilità dei mezzi e del personale a lui affidati.

Riservatezza -Nessuno dei Confratelli e delle Consorelle è autorizzato a divulgare notizie – attraverso qualsiasi mezzo pubblico e/o privato – relative all’Arciconfraternita e ai suoi Confratelli, a convocare conferenze stampa e/o a rilasciare dichiarazioni sulla Parte Guelfa – Cavalleria Repubblica Fiorentina. Alla stessa maniera sono da considerarsi tassativamente riservati tutti i documenti prodotti dalle componenti dell’Arciconfraternita.I Confratelli e le Consorelle che rilasceranno dichiarazioni e notizie e/o diffonderanno documenti e/o notizie interni all’Arciconfraternita saranno sottoposti a provvedimenti disciplinari fino all’espulsione con disonore.

Incompatibilità –Nessun Confratello può eseguire prestazioni retribuite in nome e per conto dell’Arciconfraternita.Il Confratello ha il dovere di non coinvolgere la Parte Guelfa in attività di propaganda promossa ed organizzata da movimenti e/o partiti politici. Le cariche rivestite in seno alla Parte Guelfa non sono, però, incompatibili con cariche politiche.Il Confratello non può svolgere alcuna attività contrastante con la sua posizione nella Parte Guelfa e con la corretta osservanza dei suoi doveri.

Utilità personali -I Confratelli, nelle attività intese a perseguire gli obiettivi della Parte Guelfa, non devono chiedere alcunché ad altri soggetti né accettare dagli stessi regali o altre utilità, per nessuna ragione. I Confratelli non devono offrire ad altri soggetti utilità o altri vantaggi diversi da quelli propri dell’attività da loro svolta nell’ambito dell’Arciconfraternita.

Partecipazione ad altre associazioni ed organizzazioni -Il Confratello non può aderire ad associazioni e ad organizzazioni i cui scopi ed interessi siano direttamente o indirettamente in contrasto con l’attività dell’Arciconfraternita.

Comportamenti nella vita dell’Arciconfraternita -Il Confratello non si deve avvalere nei rapporti privati della sua appartenenza alla Parte Guelfa per ottenere utilità alle quali non abbia diritto. Nessun Confratello può compiere manifestazioni che possano nuocere all’immagine dell’Arciconfraternita.

Sospensione da Attività e Servizi -Il Confratello in caso di malattia, può richiedere la sospensione dalle attività sociali e da altri obblighi che ne derivano. Il Consiglio di Credenza deciderà in apposita seduta.

 

DOVERI VERSO GLI EQUIDI

L’ingrediente principale nella nostra Arciconfraternita di Parte Guelfa è l’Amore e questo occorre trasmetterlo ai Cavalli che ci accompagnano in questo cammino, prendendoci cura del loro benessere fisico ed emotivo. Forniamo di seguito le nostre norme interne di rapporto e trattamento degli equidi per illuminare chi all’esterno si ponesse legittime domande in merito a tale rilevante gestione. E’ opportuno considerare prima di tutto che ogni cavallo processa immagini spesso bidimensionali o sfuocate e, come dato scientifico, rientra negli animali da preda; pertanto occorre utilizzare delicatezza e sensibilità nei comportamenti adottati. E’ altrettanto importante imparare prima a conoscere la sua natura e le sue abitudini etologiche, ma più di tutto il suo e il nostro linguaggio corporeo. Non possiamo e non dobbiamo ignorare le regole della comunicazione dei gesti e i significati che determinati atteggiamenti umani assumono agli occhi dei cavalli. In poche parole dobbiamo parlare la sua lingua, nel modo più elementare e comprensibile possibile. Dobbiamo saper leggere le sue espressioni corporee e i suoi movimenti, talmente tanto da poterne predire le intenzioni.

Ci teniamo a precisare che esistono normative, regole e progetti di tutela da parte del Ministero della Salute per il Cavallo ed in data 09 settembre 2011 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 210 la nuova Ordinanza,  fortemente voluta e firmata dal Sottosegretario di Stato On. Francesca Martini, concernente la disciplina di manifestazioni popolari pubbliche o private nelle quali vengono impiegati equidi, al di fuori degli impianti e dei percorsi ufficialmente autorizzati, la stessa ha sostituito il precedente provvedimento emanato il 21 luglio 2009.

Occorre tenere, quindi, presente alcune regole che ogni iscritto ed ogni partecipante ad eventi realizzati dalla Cavalleria di Parte Guelfa è tenuto a rispettare al fine di mettere il cavallo nella condizione di collaborare con volontà e buona attitudine.

Ovvero:

1)    Assicurarsi che goda di buona salute (questo comporta il monitoraggio del corpo a livello di articolazioni, la non presenza di ferite o fiaccature, nodelli o garretti gonfi, zoccolo e ferratura in perfetta forma);
2)    Assicurarsi che il cavallo sia nella condizione per età, razza, sesso e predisposizione fisica in grado di svolgere il lavoro richiesto;

3)    Assicurarsi che il passaporto corrisponda al cavallo iscritto e le vaccinazioni siano in ordine;

4)    Assicurarsi che l’attrezzatura sia in buono stato e mettere il cavallo nella condizione di non farsi male durante l’evento;

5)    Non usare violenza fisica;

6)    Non costringere il cavallo a sostare per lunghe pause in zone esposte al sole ed avere sempre punti di ristoro per potersi abbeverare;

7)    Non somministrare, né acqua se non a piccole dosi, subito dopo il lavoro e/o appena conclusa una prestazione sportiva;

8)    Dopo il lavoro e/o la performance sportiva è  opportuno sottoporre gli animali a docce e provvedere a passeggiarli al fine di riportare la temperatura corporea e la frequenza respiratoria a valori di riposo;

9)    L’aumento della temperatura favorisce lo sviluppo di numerosi parassiti che possono veicolare malattie. A scopo preventivo, è indicato effettuare gli opportuni trattamenti sull’animale stesso.

La Parte Guelfa dispone inoltre di un responsabile sanitario degli equidi.

 

REGOLAMENTO INTERNO PER EVENTI A CAVALLO


L’Arciconfraternita di Parte Guelfa, Cavalleria della Repubblica Fiorentina, gruppo facente parte del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina, per ogni evento cui presenzierà, sia in occasione dei cerimoniali del suddetto corteo, sia in occasione di cerimoniali o altri eventi, opera nel pieno rispetto delle normative vigenti con particolare attenzione alle disposizioni in materia di sicurezza e di salute degli equidi.

La normativa in vigore è la seguente: Ordinanza Martini contingibile ed urgente concernente la disciplina di manifestazioni popolari pubbliche o private nelle quali vengono impiegati equidi, al di fuori degli impianti e dei percorsi ufficialmente autorizzati (09A10569) come pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale – Serie Generale n. 207 – del 7 settembre 2009 e successive modifiche.

In occasione di rischio di eventi meteo, l’Arciconfraternita di Parte Guelfa, prende ufficialmente a riferimento le segnalazioni diramate da Protezione Civile e LAMMA meteo delle 48 ore antecedenti il giorno dell’evento. Nel caso in cui tali enti diramino il rischio meteo la Parte Guelfa è tenuta a NON dare seguito agli eventi in programma in osservanza alle predette normative.

L’Arciconfraternita di Parte Guelfa si riserva di prendere parte alle manifestazioni di specie anche in presenza di allerta meteo salvo assunzione piena di responsabilità in termini economici da parte dell’ente organizzatore, da formularsi per iscritto e con presentazione preventiva di copia di polizze assicurative adeguate. Rimane ferma che la decisione finale alla partecipazione agli eventi rimane esclusiva degli organi decisionali dell’Arciconfraternita.

 

IL REGIME DISCIPLINARE

Le violazioni dei doveri -Un confratello commette violazione dei propri doveri se non osserva, nell’attività prestata nell’ambito dell’Arciconfraternita o nei comportamenti privati, le disposizioni indicate nel presente Codice, oppure se compie azioni od omissioni previste dalla legge come reati.Alle violazioni dei doveri si applicano le sanzioni previste dalle disposizioni della sezione seconda in rapporto alla rispettiva gravità.

 

Le sanzioni disciplinari

Le sanzioni disciplinari applicabili per le violazioni sono:

  • ammonimento scritto;
  • sospensione temporanea dalla posizione di Confratello;
  • cancellazione delle nomine di Emerito per le cariche svolte;
  • divieto temporaneo alle attività legate al corteo storico;
  • radiazione dalla Parte Guelfa.
  • radiazione con disonore.

Circostanze della violazione disciplinareNell’applicazione delle sanzioni disciplinari si tiene conto di circostanze attenuanti o aggravanti delle violazioni in relazione alle condizioni soggettive dell’autore, a precedenti violazioni, all’intensità dell’intenzione o della colpa, al comportamento successivo riparatorio del danno cagionato.In caso di radiazione dalla Confraternita non vi sono possibilità riabilitative.

 

IL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE


La Commissione Disciplinare

La Commissione Disciplinare è l’organo competente a gestire ogni caso disciplinare ed è composta dai seguenti elementi:

  • Il Capitano Generale;
  • Il Consiglio di Credenza per almeno la metà dei suoi componenti;
  • Il Sindaco;
  • Le Lance Spezzate per almeno la metà del numero complessivo a quel momento in carica;
  • Il Cappellano Maggiore;

La Commissione Disciplinare così composta ha la piena legittimità di esprimere ogni giudizio. Nel caso di impossibilità a riunirsi, il giudizio potrà essere emesso anche dalla maggioranza dei componenti del Consiglio di Credenza. Tale giudizio non potrà però essere esecutivo se prima non sottoposto alla ratifica del Sindaco.

Accertamento delle violazioni -Chiunque tra i Confratelli sia venuto a conoscenza di una violazione disciplinare ha l’obbligo di darne comunicazione ad uno o più componenti del Consiglio di Credenza. Il Capitano Generale, una volta ricevuta la comunicazione, se non si tratta di violazione lieve, trasmette la comunicazione ai membri della Commissione Disciplinare.

La Commissione Disciplinare dopo un sommario accertamento dei fatti:

a) archivia la notizia, se la ritiene manifestamente infondata;

b) contesta i fatti al Confratello al quale sono addebitati, la violazione per essi configurabile e la sanzione ritenuta applicabile con atto allo stesso notificato e contenente l’invito a presentare le proprie deduzioni entro congruo termine mai superiore ai 15 giorni.

Attività della commissione disciplinare -La Commissione Disciplinare è convocata in udienza dal Capitano Generale o da un Capitano a ciò delegato in un giorno non posteriore a trenta giorni dalla ricevuta informazione dei fatti. Della convocazione della commissione di disciplina è data comunicazione al Confratello ritenuto colpevole con l’invito a comparire. L’incolpato ha diritto di prendere visione degli atti istruttori e della relazione conclusiva su di essi ed ha facoltà di far pervenire deduzioni scritte fino a cinque giorni prima dell’udienza. La Commissione Disciplinare ascolta in udienza sia le esposizioni dei fatti di chi ne ha portato notizia sia le difese dell’incolpato, ed esprime non oltre il decimo giorno successivo il proprio giudizio sulla sussistenza della violazione e sulla sanzione applicabile e lo comunica senza indugio ai diretti interessati e, se necessario, a tutti i membri dell’Arciconfraternita.

I provvedimenti disciplinari -I provvedimenti disciplinari presi saranno esecutivi dal momento in cui verranno resi noti al colpevole. Non si applicano prescrizioni alle violazioni gravissime, mentre si applica una prescrizione di due anni per tutte le altre. Nel caso di violazione gravissima il Capitano Generale, su proposta della Commissione Disciplinare, può sospendere in via cautelativa l’incolpato dalla posizione di Confratello. La sospensione cautelare cessa, se il procedimento disciplinare si conclude con il provvedimento di archiviazione.

Non sono previsti ricorsi al giudizio finale il quale è pertanto espresso in via definitiva. Solo nel caso in cui, successivamente al giudizio esecutivo, si determinassero delle diverse informazioni e/o fatti che rendessero evidente un errore di giudizio, la Commissione Disciplinare, nella sua composizione collegiale, potrà rendere nulli i giudizi precedentemente espressi.

 

REGOLE PER LA COMUNICAZIONE


La presente direttiva consta di due parti:

  • la prima fissa i lineamenti ordinativi per Comunicazione e Informazione, responsabilità della politica comunicativa della Parte Guelfa;
  • la seconda detta le norme di comportamento nell’utilizzo di siti internet e social media anche personali Da parte dei Confratelli.

Il documento si richiama all’esigenza di garantire, in un quadro unitario, una gestione coordinata dell’informazione e della riservatezza delle informazioni interne all’Arciconfraternita.

È noto a tutti che le notizie, anche di modesto rilievo, spesso assumono valenza particolare coinvolgendo la credibilità, la competenza e la responsabilità di tutta l’Arciconfraternita. S’impone, pertanto, la necessità del più rigoroso coordinamento in grado di veicolare il processo informativo interno ma, soprattutto, esterno. Ciò premesso, si rende necessario che tutti si attengano in modo adeguato alle specifiche procedure indicate. Si tratta di direttive volte a tutelare l’Arciconfraternita e tutti i suoi componenti oltre che le istituzioni che hanno permesso l’esistenza della ricostituzione della Parte Guelfa, i suoi fini, i suoi principi e i suoi ideali. Tali direttive si traducono in una serie di azioni, diverse a seconda dei casi, per la preventiva autorizzazione e comunicazione.

 

IL RUOLO DELLA COMUNICAZIONE

Responsabile -La carica storica e statutaria a cui compete in esclusiva la direzione della comunicazione interna ed esterna delle attività della Parte Guelfa è quella dell’Araldo.

Dipendenza -L’Araldo dipende direttamente dal Consiglio di Credenza, vertice responsabile della politica comunicativa della Parte Guelfa.

Referenti -L’Araldo si avvarrà di uno o più Confratelli detti Banditori considerati competenti e adeguati a tale compito.

Autorizzazioni -Le iniziative di comunicazione di seguito elencate dovranno essere sempre tassativamente autorizzate dal Consiglio di Credenza:

  • notizie riguardanti l’Arciconfraternita in generale e in particolare se rivestono carattere strategico o abbiano rilevanza ai fini dell’informazione pubblica;
  • attività di esternazione (interviste, conferenze stampa eccetera) e diffusione di comunicati, smentite, precisazioni di ogni genere;
  • partecipazione alle attività sociali, specie quelle da realizzare in sintonia con enti esterni alla Parte Guelfa;
  • richieste di collaborazione avanzate da organi di stampa e radiotelevisivi e da case cinematografiche;
  • richieste di collaborazione di enti, istituti ed organismi per l’elaborazione di dati statistici e storici riguardanti l’Arciconfraternita;
  • attività pubblicistica e iniziative di progetti editoriali, di pubblicazioni a mezzo stampa o audiovisivi e di quant’altro contribuisce a formare l’immagine della Parte Guelfa presso la pubblica opinione;

Tali attività dovranno sempre essere sottoposte, tramite l’Araldo, all’approvazione del Consiglio di Credenza.

Riservatezza -È proibita la divulgazione di notizie sull’Arciconfraternita e/o riguardo i suoi aderenti. È fatto divieto di convocare conferenze stampa e/o a rilasciare dichiarazioni sulla Parte Guelfa. Tale divieto è esteso ad ogni Confratello e Consorella che utilizzi, anche in maniera velata, le informazioni apprese all’interno dell’organizzazione della Parte Guelfa e ne faccia qualsiasi uso improprio anche attraverso strumenti privati (email, social media, siti internet e altro genere di relazioni personali). Tutti i documenti prodotti dall’Araldo e dagli organi componenti la Parte Guelfa sono da considerare riservati. Tutte le informazioni rilasciate anche verbalmente nel corso di Adunanze Generali ed altre riunioni interne sono da considerarsi riservate. L’accesso ai documenti è disciplinato a discrezione del Consiglio di Credenza.


INTERNET E SOCIAL MEDIA


Rispetto
-Il rispetto del presente Codice non esime dall’osservanza dei regolamenti e delle procedure proprie delle reti e dei sistemi. I singoli utenti sono tenuti all’osservanza delle norme deontologiche della comunicazione e del rispetto della privacy.

Il sito Internet della Parte Guelfa -La Parte Guelfa ha un sito Internet e un profilo Facebook gestito dall’Araldo, dai Banditori e da chi egli delega anche verbalmente.

Scopo -Lo scopo del sito internet è fornire comunicati ufficiali e notizie di carattere non riservato sulla Parte Guelfa a aderenti, cittadini e mass media, promuovendo la conoscenza dell’Arciconfraternita, della sua storia, delle sue tradizioni e delle sue attività.

Uso del nome e del logo -Il Consiglio di Credenza, attraverso l’Araldo o altre cariche, è l’unico organo ad avere la facoltà di utilizzare il logo della Parte Guelfa per le finalità statutarie nell’ambito delle attività di comunicazione interna ed esterna.

Violazioni e sanzioni penali -Qualsiasi accesso abusivo, alterazione, falsificazione, modificazione o cancellazione in tutto o in parte del contenuto delle informazioni pubblicate, ovvero impedimento o turbamento del sito è vietato e gli autori saranno perseguiti a norma del Codice Penale e della Legge 23.12.93, n. 547 “Modificazioni e integrazioni alle norme del Codice Penale e del Codice di Procedura Penale a tema di criminalità informatica”.

Diffusione delle informazioni -Tutte le informazioni pubblicate sul sito della Parte Guelfa sono considerate “informazioni per il pubblico” e possono essere distribuite e copiate purché non se ne alterino significato e valori.

Redazione -Le pagine di informazione generale sulla Parte Guelfa, i principi, l’ordinamento, la storia, la struttura e le attività volontaristiche sono redatte a cura dell’Araldo coadiuvato dai Banditori e da Confratelli e Consorelle che saranno di volta in volta coinvolti e pubblicate esclusivamente sul sito internet ufficiale www.parteguelfa.it.

Responsabilità -L’Araldo è responsabile della conformità delle informazioni pubblicate ai principi statutari e all’indirizzo fornito dal Consiglio di Credenza ed è tenuto ad aggiornare il Consiglio di Credenza di tutte le normative relative all’informazione ed alla gestione degli strumenti informativi.

Carattere dei siti -Il sito Parte Guelfa può essere utilizzato solo per scopi di carattere pubblico e ufficiale. E’ escluso ogni uso con finalità promozionali di persone fisiche, persone giuridiche, prodotti e servizi commerciali. Allo stesso modo non possono essere utilizzati a scopo denigratorio o per polemiche interne.

Link -Ogni collegamento a siti internet esterni alla Parte Guelfa deve essere chiaramente identificabile come entità diversa dalla Parte Guelfa e deve essere autorizzato dal Consiglio di Credenza.

Testate telematiche -Le testate telematiche inserite nel sito internet devono essere registrate presso i rispettivi tribunali e, comunque, sono sottoposte alle norme interne adottate in materia di comunicazione dalla Parte Guelfa, comprese quelle contenute nel presente Codice.

Controllo – Il webmaster del sito della Parte Guelfa è individuato tra gli aderenti ed esercita il controllo tecnico sulle attività comunicative realizzate dall’Araldo.

Sanzioni -La mancata osservanza della presente direttiva sarà sanzionata insindacabilmente dalla Commissione Disciplinare.


Approvato dal Consiglio di Credenza il 24 Febbraio 2016

 

Parte Guelfa - timbro tondo

 

Storia di Firenze

 
Bandieraio di Firenze

 

 

STORIA DI FIRENZE

DALLE ORIGINI AL XVI SECOLO

 

LE ORIGINI DI FIRENZE

Florentia fu una città romana della valle dell’Arno dalla quale ebbe origine Firenze. La tradizione la vuole costruita dalle legioni di Gaio Giulio Cesare nel 59 a.C., ma l’ipotesi prevalente fa risalire la fondazione al periodo augusteo ovvero tra il 30 ed il 15 a.C.. Prima ancora di Etruschi e Romani la piana dell’Arno sotto Fiesole fu interessata da insediamenti villanoviani; tracce di sepolture dell’Età del Rame sono state individuate sotto l’odierno ex-Gambrinus, in piazza della Repubblica. L’area dove sorgerà poi la città era probabilmente quella in cui era più facile il guado dell’Arno per la minor distanza tra le due sponde. Inoltre la posizione sullo spartiacque tra la confluenza degli affluenti dell’Arno, Mugnone e Affrico, dava all’area una quota leggermente superiore al resto della piana, probabilmente paludosa. Da qui il nome originario del luogo – Birent o Birenz – che in etrusco significa terra tra le acque, paludosa così come dall’accadico birent su cui poi i Romani innestarono il nome Florentia per dare un significato latino alla parola.

La zona fu pertanto interessata da una continuità d’insediamento anche in epoca etrusca, visto che assicurava la possibilità di collegamento dell’Etruria interna con la città di Fiesole. Risulta probabile che gli Etruschi di Fiesole abbiano reso stabile l’attraversamento del fiume con una passerella di legno o un traghetto, nel punto in cui l’Arno si restringe, la zona del Ponte Vecchio, forse anche per controllare militarmente un punto così strategico che tra l’altro si trova tra l’alto corso dell’Arno, il Valdarno aretino, ed il basso corso che conduce verso Pisa e il mare. Dai reperti trovati sul fondo dell’Arno (lastre di pietra) si può dedurre la grandezza e la tipologia della passerella: era infatti in legno montato su pile di pietra. Dopo l’espansione romana in Etruria e nella pianura padana, l’insediamento del guado probabilmente crebbe, anche perché la via Cassia, per un certo periodo, attraversò l’Arno proprio nell’area fiorentina, forse proprio nella zona dell’attuale Ponte Vecchio. Rettangolare nel piano, era chiusa all’interno di un perimetro di mura lungo 1800 metri. Lo spazio edificato, come tutte le città fondate dai Romani, è caratterizzato da strade diritte che si incrociano perpendicolarmente. Le due strade principali conducono a quattro Porte e convergono in una piazza centrale, il Forum dell’Urbs, oggi Piazza della Repubblica, luogo in seguito destinato alla Curia e al Tempio dedicato alla Triade Capitolina ovvero Giove, Giunone e Minerva.

I ritrovamenti archeologici, molti dei quali emersi nel corso dei lavori che “hanno dato nuova vita” al vecchio centro urbano, hanno permesso di individuare e identificare i resti di importanti lavori pubblici, come i bagni Capitolini, i bagni di Capaccio, il sistema delle acque scure, la pavimentazione delle vie e il Tempio di Iside, in Piazza San Firenze. A quel tempo l’Arno non era all’interno delle mura, c’era un porto fluviale, che rappresentava un’infrastruttura molto importante per la città, dato che nel periodo romano il fiume era navigabile dalla bocca fino alla confluenza con l’Affrico, a monte di Firenze, e il primo ponte nella storia fiorentina è stato costruito vicino all’attuale Ponte Vecchio, intorno al primo secolo a.C.. I primi indizi dell’avvento della religione cristiana raccontano del culto per il decano Lorenzo e per la Santa palestinese, Felicita, così le prime chiese costruite a Firenze furono: San Lorenzo, consacrata nel 393, prima diocesi della città, e Santa Felicita, le cui origini risalgono al quarto e quinto secolo. Tuttavia, i Fiorentini non sembrano avere un vescovo prima del terzo secolo avanzato. Il primo registrato è San Felice che ha partecipato a uno sinodo romano nel 313.

I BIZANTINI E IL PERIODO LOMBARDO

Le invasioni barbariche hanno seriamente messo in difficoltà la città di Firenze. Nel 405, la città è riuscita a fermare le orde di Radagasio, ma successivamente non riuscì a evitare di essere coinvolta nella disastrosa guerra fra Goti e Bizantini. La relativa posizione strategica come testa di ponte sull’Arno e nell’itinerario di comunicazione fra Roma e la Padania spiega perché la città è stata contesa così acutamente fra i Goti e i Bizantini. Nel 541-44 furono costruite nuove mura per la città, sulla struttura di diverse grandi costruzioni romane: il Campidoglio, il serbatoio per l’acqua dei bagni e il teatro. Le mura erano trapezoidali e la modesta grandezza testimonia il declino della città, notevolmente spopolata; c’erano meno di mille abitanti. Intorno alla fine del sesto secolo, quando i Longobardi hanno conquistato l’Italia del Nord e centrale, Firenze è rientrata nei loro domini. Era l’inizio di quello che può essere considerato il periodo più scuro nella storia della città. Tagliata fuori dagli itinerari principali, era sparito il motivo principale della sua esistenza. Per le comunicazioni nord-sud, i Longobardi abbandonarono l’itinerario centrale Bologna-Pistoia-Firenze, perché troppo esposto alle incursioni dei Bizantini, che avevano ancora il controllo della parte orientale dell’Italia, e Lucca fu scelta come capitale del ducato della Toscana per la posizione, che era lungo le strade utilizzate per le comunicazioni interne. Ad ogni modo, durante il periodo della dominazione Longobarda, particolarmente dopo che la regina Teodolinda si convertì alla Chiesa di Roma, furono fondate diverse costruzioni religiose, ivi compreso il Battistero di San Giovanni, anche se naturalmente non nella forma attuale, le cui fondamenta sono ancora visibili nei sotterranei della chiesa.

 

 

IL PERIODO CAROLINGIO

Nel periodo Carolingio, VIII secolo, fu instaurato un sistema feudale e Firenze si trasformò in una contea del Sacro Impero Romano. Le testimonianze parlano di una rinascita della città nel periodo Carolingio: nel IX secolo nacque una scuola pubblica ecclesiastica e il ponte sopra l’Arno, che precedentemente era stato distrutto, venne ricostruito. Alla fine del secolo nuove mura per la città vennero costruite, probabilmente per timore delle invasioni ungheresi. Questo terzo cerchio seguì parzialmente la linea delle vecchie mura romane, allargando a sud per includere i sobborghi che si erano sviluppati con prosperità, mentre a nord, per motivi politici, furono esclusi il Battistero, Santa Reparata, il Palazzo del vescovo e l’adiacente Palazzo Regio dove il rappresentante dell’Imperatore teneva la sua Corte di Giustizia. Verso la fine del decimo secolo, la Contessa Willa, vedova del Marchese della Toscana, che possedeva un intero distretto all’interno delle mura, fondò un’abbazia benedettina, a cui donò anche molti soldi, alla memoria del marito. Questa fu chiamata “Badia Fiorentina”. Il figlio della Contessa Willa, Ugo, contribuì notevolmente allo sviluppo di Firenze e alla decisione di lasciare Lucca. La scelta di Firenze come dimora ne rinforzò, infatti, il carattere amministrativo.

 

PRIMO MEDIOEVO

Intorno alla metà dell’undicesimo secolo la posizione di Firenze in Toscana divenne ancora più importante perché Lucca non era più la sede del marchesato e perché Firenze partecipò attivamente e in modo decisivo al movimento per la riforma della chiesa. La lotta per eliminare l’interferenza secolare negli affari ecclesiastici e l’affermazione dell’indipendenza del papato dall’influenza imperiale aveva come rappresentante principale San Giovanni Gualberto, figlio di un cavaliere fiorentino, che fondò l’ordine di Vallombrosa. Firenze ospitò persino un Concilio nel 1055, sotto il Papa Vittorio II, con la presenza dell’Imperatore Enrico III e la partecipazione di 120 Vescovi. Molte vecchie strutture sono state ricostruite durante la seconda metà dell’XI secolo, tra questi la cattedrale di Santa Reparata, il Battistero e San Lorenzo. Il 6 novembre 1059, il Vescovo Gerardo, che divenne Papa con lo pseudonimo di Nicola II, riconsacrerà l’antica chiesa battesimale della città che era stata ricostruita nell’odierna forma imponente. La costruzione, ottagonale nel piano, con un asse semicircolare su un lato e tre entrate, sembra essere coperta da una cupola ad arco puntato, divisa in otto settori e la parte esterna che non era ancora stata rivestita del fine marmo. Dopo la morte della madre e di suo marito (Goffredo il barbuto), Matilde, figlia della Contessa Beatrice, divenne la sola Contessa della Toscana. Aveva sempre aderito alle idee della riforma e della politica di San Giovanni Gualberto e durante la lotta per le investiture dette il suo supporto al più influente dei riformatori, Ildebrando di Sovana che successivamente divenne Papa Gregorio VII, trovandosi, così, a contrasto aperto con l’imperatore Enrico IV. Dopo l’episodio di Canossa, la vittoria di Enrico IV nel 1081 portò alla deposizione ufficiale della Contessa, abbandonata da tutte le città toscane tranne Firenze.

Questa fedeltà alla deposta Contessa costò alla città un assedio imperiale nel luglio 1082, che fallì. Lo speciale attaccamento di Matilde a Firenze e la conseguente rottura con l’Imperatore condusse alla costruzione, nel 1078, di un sistema più efficiente di difesa e la città è stata fornita di nuove mura, quelle denominate da Dante “la cerchia antica”. Questo quarto cerchio di mura, per la maggior parte seguì le linee delle pareti del periodo carolingio, ma incluse a nord il Battistero, la cattedrale di Santa Reparata e la residenza della Contessa. In questo periodo la città fu divisa nei quartieri che presero i nomi dalle quattro porte principali: Porta San Piero a est, la cosiddetta “Porta del vescovo” a nord, Porta San Pancrazio a ovest e Porta Santa Maria a sud. Come tutte le prime città medioevali, il piano urbanistico dell’XI secolo di Firenze fu caratterizzato non soltanto dal recupero dell’antica struttura urbana (mura e vari resti delle strade), ma da un’omogeneizzazione di base, espresso con una distribuzione casuale di diversi confini, fra cui importanti costruzioni religiose.

 

 Firenze XII secoloFirenze nel XII secolo

IL PERIODO DEI COMUNI

Quando la Contessa Matilde morì nel 1115, il popolo fiorentino aveva già costituito, a tutti gli effetti un Comune. I numerosi privilegi da lei concessi e gli eventi nei quali la Comunità fiorentina aveva svolto un ruolo principale nella lotta contro l’imperatore, avevano indotto la gente a organizzarsi autonomamente e intraprendere l’azione puntando ad indebolire il potere imperiale. Fu quindi inevitabile che nel 1125, alla morte dell’ultimo imperatore della dinastia franconiana, Enrico V, i Fiorentini decisero di attaccare e distruggere Fiesole, la vicina città rivale. Alla fine le due contee furono unite e rimaste entità separate soltanto a livello ecclesiastico, con Fiesole che ha mantenuto la sua diocesi. La prima menzione di un Comune ufficialmente costituito data 1138, quando ad una riunione delle città toscane fu deciso di costituire una lega, per timore che Enrico il fiero, che li aveva precedentemente oppressi, fosse eletto Imperatore. A quel tempo la Comunità aveva dei rappresentanti religiosi e secolari, con tre gruppi sociali dominanti: i nobili, raggruppati in consorterie, i commercianti ed i soldati a cavallo, la base dell’esercito. Anche se i nobili detenevano la maggior parte del potere, nel XII secolo, furono i commercianti i principali autori dello sviluppo della città. L’aumento dei commercianti nella seconda metà del secolo, così come il commercio con i paesi distanti si intensificò e si trasformò in una nuova e molto più ricca fonte di accumulazione di capitale. L’esteso commercio ed l’inseparabile compagno, il credito, furono la base dell’espansione economica e demografica della città.
Questo processo di espansione subì uno stop provvisorio quando Federico Barbarossa avanzò verso il sud dell’Italia. Nel 1185 l’imperatore privò la città del contado e ristabilì il marchesato della Toscana, ma la misura ebbe vita breve. La testimonianza dell’acquisizione di potere di Firenze, nel corso del XII secolo, si trova nell’espansione del territorio urbano. Intorno al cerchio di mura costruite da Matilde si erano formati, in corrispondenza delle Porte, sobborghi popolati. Nel 1172 il Comune decise quindi di allargare le mura della città e incorporare i nuovi distretti.

Il perimetro delle nuove mura della città, sollevato a mala pena due anni prima, nel 1173-1175 era due volte quello “del vecchio cerchio” e incluse una zona che era tre volte grande. I sobborghi “di là d’Arno” non furono compresi, se non in seguito, anche se una piccola parte dell’Oltrarno furono incluse nelle mura fin dal 1173-1175. Per conseguenza l’Arno si trasformò in un’infrastruttura all’interno della città: itinerario di comunicazioni, fonte di energia e rifornimento idrico per le industrie. Nel XII secolo il tetto del cielo della città fu costellato da numerose torri: nel 1180, secondo i documenti, erano trentacinque, ma ce n’erano certamente molte di più. Successivamente le torri sono state usate come case, ma nel XII secolo ancora servivano per scopi militari. Sempre in questo periodo nacque quella che gli storici chiamano La società delle torri: associazione che riuniva i proprietari di varie torri permettendo loro di controllare una parte della città. Un numero considerevole di piccole e grandi chiese inoltre furono edificate. In due secoli il numero di chiese a Firenze fu triplicato, di modo che all’inizio del tredicesimo secolo nella città si aveva qualcosa come 48 chiese (12 priorati e 36 parrocchie).

 

IL TREDICESIMO SECOLO

La velocità con cui le nuove mura furono costruite è un segno della prosperità che regnava a Firenze. La città si era trasformata nel centro principale della Toscana, con una popolazione di circa 30.000 abitanti, in continua crescita grazie all’arrivo di migranti dalla campagna. Il Comune iniziò così un periodo di pace, durante il quale la situazione economica della città continuò a crescere. I commercianti avevano cominciato a organizzarsi in associazioni corporative (le Arti) dal 1182, sull’esempio della società dei cavalieri, che si moltiplicarono e si diffusero oltre i limiti della regione. Intorno alla fine del secolo Firenze era diventata un centro economico internazionale, con operatori nelle fiere principali dell’occidente. Lo sviluppo dell’economia arrivò a un punto così alto in pochi anni che le associazioni si moltiplicarono fra le altre categorie di commercianti e di artigiani. La città ancora conserva alcune delle costruzioni che furono le sedi delle corporazioni. Generalmente sono costruzioni che risalgono al quattordicesimo secolo, come la sede della corporazione della lana, costruita nel 1308, ristrutturando una torre esistente. L’aumento urbanistico e demografico della città, quest’ultimo dovuto non a un incremento naturale, ma alla crescente migrazione dalla campagna, furono alla base di questa espansione economica. I migranti, membri di una classe media rurale, formata in conseguenza allo sviluppo economico generale, risiedevano nei distretti della città vicini alla campagna da cui erano venuti. Questo spiega perché l’Oltrarno, su cui gli abitanti delle campagne a sud di Firenze, convertirono, aumentò enormemente e fu costruito un nuovo ponte in legno su pilastri di pietra nel 1128 e nel 1237 un terzo ponte fu costruito a monte. I bisogni pressanti del commercio e dello scambio fra le città e l’espansione urbana vissuta, condussero alla costruzione di un altro ponte attraverso l’Arno: il Ponte Santa Trinita. I quattro ponti risposero alle esigenze della città fino al diciannovesimo secolo.

I nuovi ordini religiosi (Francescano, Domenicano, Agostiniano, Carmelitano) svolsero un ruolo principale nell’ultima riorganizzazione della città medioevale. I Domenicani, che si erano stabiliti a Firenze nel 1221 nella piccola chiesa Santa Maria delle Vigne, ingrandirono per la prima volta il loro monastero nel 1246 e poi nel 1278 cominciarono a costruirne la struttura attuale. La prima chiesa dei Francescani, dedicata alla Santa Croce, da cui il nome della Chiesa, data il secondo quarto del tredicesimo secolo e nel 1295 fu ricostruita come la vediamo oggi. La stessa cosa è accaduto con gli Agostiniani di Santo Spirito, che si stabilirono nel cuore dell’Oltrarno nel 1259, e poi ingrandirono la Chiesa nel 1296. Oltre che la ristrutturazione delle chiese precedenti, i nuovi organi religiosi crearono grandi conventi, pieni dei chiostri e stanze di studio e lavoro; organizzarono la vita comunitaria della popolazione urbana, ebbero un ruolo politico e culturale, oltreché religioso. Assieme alla nuova cattedrale di Santa Maria del Fiore, la cui costruzione cominciò nel 1294, le grandi chiese erette dagli ordini religiosi nelle ultime decadi del tredicesimo secolo hanno costituito gli esempi più importanti di architettura religiosa gotica a Firenze.

 

Guelfi e Ghibellini
La Battaglia di Benevento nel 1266

GUELFI E GHIBELLINI

Il periodo di pace che seguì l’installazione del governo sotto un podestà non durò a lungo. Il 1216 segna l’inizio degli scontri che afflissero la società fiorentina per l’intero secolo, dividendo i cittadini fra Guelfi e Ghibellini. Nel 1244 i nobili Ghibellini, che erano al potere, decisero di estendere la base sociale del governo, in modo da ottenere il favore della classe media mercantile. Fu il preludio del periodo che doveva essere conosciuto come “Primo Popolo”. Il XIII secolo fu il periodo dove si affermò il potere economico e finanziario della città. La prova di questa eccezionale espansione economica fu il conio nel 1252, del Fiorino d’oro, che si aggiunse al Fiorino d’argento, coniato fin dal 1235. Durante il periodo “del Primo Popolo” crebbe la popolazione della città e si svilupparono nuove costruzioni pubbliche. Nel 1255 iniziò la costruzione di quello che doveva essere il Palazzo del Popolo, oggi Bargello. Con la sua forma imponente e la merlatura di torri superò tutte le altre torri della città. Era l’espressione dell’architettura della nuova Era politica.

Alla battaglia di Montaperti, però, nel 1260, i Fiorentini furono sconfitti dai Senesi, e questi iniziarono a cancellare tutto quello che la Classe media mercantile aveva costruito politicamente. Quando i Ghibellini ripresero il potere e ristabilirono le vecchie istituzioni, decretarono la distruzione dei palazzi e delle torri e delle case di proprietà degli esponenti principali del partito dei Guelfi nella città e nei dintorni. Per sei anni Firenze fu governata dai Ghibellini e sarebbe stata distrutta se non fosse stato per la difesa impavida di Farinata degli Uberti alla dieta di Empoli. I Ghibellini, che temevano il potere della gente furono costretti ad accettare che il Papa Clemente IV facesse da mediatore di pace fra le opposte fazioni. Il Papa favorì apertamente la fazione dei Guelfi, che riuscirono così a riconquistare il potere e a reintrodurre le istituzioni politiche abrogate dai Ghibellini.

Nell’ultima parte del tredicesimo secolo Firenze raggiunse lo zenit del suo sviluppo economico e demografico. In questo periodo furono fatte grandi opere nei campi dell’architettura e dell’urbanistica, e questo fu reso possibile dalla formidabile accumulazione di capitale derivata dall’espansione delle attività commerciali e finanziarie. La popolazione continuava ad aumentare, e nuove mura erano necessarie. Così, nel 1282, fu progettata una cinghia lunga 8.500 metri, che includeva una superficie di 430 ettari, cinque volte quella dell’area urbana precedente. Questo sesto e ultimo cerchio di mura, furono l’impegno finanziario più grande mai intrapreso dal Comune fiorentino. Per questo motivo il lavoro procedette molto lentamente, fu interrotto più di una volta a causa della guerra e non finito fino al 1333. Alla fine del tredicesimo secolo Firenze poteva giustamente considerarsi la città principale dell’Occidente. Gli imprenditori allora al potere, decisero di costruire due edifici che simboleggiassero la ricchezza e il potere della città: la nuova cattedrale e il Palazzo della Signoria. Arnolfo di Cambio fu l’eccezionale figura che progettò entrambe le costruzioni, come pure tutti gli altri lavori importanti promossi dal governo delle cooperative, compreso le nuove mura. Nel 1296 cominciò la ricostruzione della vecchia cattedrale di Santa Reparata. La nuova costruzione fu dedicata alla Madonna.

 

Firenze XV secolo
Firenze nel XV secolo

DAL QUATTORDICESIMO SECOLO AL RINASCIMENTO

Tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo si accentuarono i contrasti fra il popolo minuto e le classi più basse e la Classe dei ricchi commercianti. Gli ultimi riuscirono in una presa costante del potere, ma nel XIV secolo il popolo minuto provò diverse volte a estendere la base democratica del governo, aumentando la partecipazione delle Arti minori al governo. Nel 1378, sotto l’impulso di un movimento mosso dal proletariato, il popolo grasso fu obbligato ad accettare una riforma istituzionale che prevedeva la costituzione di nuove cooperative: Tintori, Farsettai e Ciompi, corrispondenti alle attività ed ai lavoratori più umili. Per via dei divergenti interessi interni e all’incapacità di governare, queste nuove corporazioni non potevano sostenere la reazione delle Classi Medie mercantili, che presto ripresero per l’ennesima volta il potere. La rivalità fra due famiglie nobili provocarono molto dissenso e condussero alla formazione di due gruppi antagonisti, conosciute come guelfi neri e guelfi bianchi. I primi erano generalmente esponenti più intransigenti ad allargare il governo cittadino ad altre famiglie o a riammettere in città i ghibellini banditi; i secondi mostravano una maggiore disponibilità ad allargare ad altre famiglie la  possibilità di entrare nel governo della città. Di solito nel primo gruppo fanno parte famiglie di antica tradizione aristocratica, al contrario il secondo si compone prevalentemente di famiglie di mercantili che, dopo vari decenni, hanno raggiunto la stessa potenza dei lignaggi più antichi; questa distinzione non esclude che non si ritrovino famiglie del primo gruppo nel secondo e viceversa. I due partiti si alternarono al Priorato, nell’ultima decade del tredicesimo secolo, ma il conflitto si intensificò. I Priori forzarono all’esilio le teste delle due fazioni e la situazione precipitò. I Neri invocarono l’intervento del Papa che mandò come mediatore Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello, re di Francia. Egli favorì apertamente i Neri e chiese perfino i capi dei Bianchi, che furono arrestati e forzati all’esilio, fra questi c’era Dante Alighieri.

Oltre queste lotte interne, la città dovette sostenere la difficoltà onerosa delle guerre contro le potenti Signorie Ghibelline dei Visconti e degli Scaligeri, uniti a Pisani e Lucchesi. Due sconfitte serie, una nel 1315 e l’altra nei dieci anni successivi, indussero Firenze a chiedere, in primo luogo, la protezione delle truppe di Angioine ed a disporsi sotto il dominio diretto di Carlo, duca di Calabria, della casa d’Angiò. La morte del duca nel 1327 ristabilì un’inattesa libertà al Comune fiorentino. Ma non finì qui. Un nuovo tentativo di conquistare Pisa e Lucca fallì miseramente. I Fiorentini, sconfitti dalle forze dei Ghibellini, sotto la direzione del signore di Verona, Martino della Scala, nel 1339, furono costretti di nuovo a chiedere aiuto al re Roberto. Questo provocò una breve tirannia dell’angioino Gualtieri di Brienne, Duca di Atene. Dopo undici mesi di signoria i fiorentini si ribellarono al loro Signore e il 26 luglio 1343, il giorno di Sant’Anna iniziò una rivolta che terminerà 11 giorni dopo con l’uscita di scena di Gualtieri con la sua rinuncia alla signoria. Durante il XIV secolo, la disputa e le guerre interne si aggravarono per le carestie e le epidemie, specialmente la peste nera del 1348, che aggravarono una situazione che era già rischiosa. Ulteriori danni furono causati dalla disastrosa alluvione, del 1333, che spazzò via tutti i ponticelli sopra l’Arno tranne il Rubaconte. Il quattordicesimo secolo fu quindi un secolo di crisi politica ed economica, un periodo decisivo comune a tutte le economie occidentali. La crisi inoltre si riflesse nell’attività architettonica della città che proseguì a un passo molto più lento rispetto a prima. L’attività di costruzione fu diretta, in primo luogo, alla rifinitura delle grandi costruzioni iniziate alla fine del tredicesimo secolo (le mura, la cattedrale, il Palazzo della Signoria, i grandi complessi monastici) e nella ricostruzione dei ponti che erano stati distrutti. Dopo l’impressionante espansione del tredicesimo secolo, la città cominciò a definirsi e ad avere una politica reale di urbanistica, per fornire alle costruzioni un certo grado di ordine e di regolarità. Durante il quattordicesimo secolo fu fatto uno sforzo dietro l’altro per estendere le vie o modificare i loro itinerari e buttare giù le costruzioni traballanti o quelle con le strutture che impedivano il traffico. I primi obblighi del comune furono naturalmente la riorganizzazione delle Piazze della città, Piazza della Signoria e Piazza del Duomo e delle vie principali. Le costruzioni di quel periodo hanno un facciata con i blocchi di pietraforte, almeno nella parte inferiore e una serie di archi regolari al piano terra. Il tipico arco “fiorentino” è un arco alto, rotondo, con piani entranti e strati lievemente accentuati.

 

IL RINASCIMENTO

Quando il potere tornò al popolo grasso alla fine del XIV secolo, fu stabilito un regime oligarchico a Firenze e un piccolo numero di famiglie della classe media mercantile governò la città per circa 40 anni. Seguì comunque una forte opposizione all’oligarchia, essa fu capace di sfruttare abilmente il malcontento popolare. Quella parte della classe Media che era stata esclusa dalla spartizione del potere, si unì alla popolazione e trovò un leader in Giovanni de’ Medici. Il primogenito di Giovanni, Cosimo detto poi il Vecchio, una volta tornato dall’esilio poteva considerarsi il signore assoluto della città, anche se cercava di non mostrarlo palesemente, per far ciò lasciò intatte le vecchie istituzioni repubblicane, ma le svuotò di tutto il potere reale. Morì nel 1464, gli successe il mediocre Piero il Gottoso (1464-1469), il cui figlio, Lorenzo il Magnifico, doveva continuare la politica di dissimulazione dell’antenato fin quasi alla conclusione del secolo: effettuava gli uffici tradizionali, ma era in realtà, e senza dubbio, il Signore di Firenze, a tutti gli effetti.

Durante gli anni in cui l’oligarchia mercantile governò Firenze, e nel periodo antecedente la Signoria dei Medici, i contatti sempre più frequenti con gli esempi dell’antichità greca e romana provocarono un nuovo spirito e la città si trasformò nel centro in cui l’Umanesimo è stato fondato. L’uomo ha iniziato a considerarsi l’ultimo fine, impaziente di imporre conoscenza razionale e affermazione del dominio sopra la natura che lo circonda e la storia che lo precede. La cultura letteraria, le scienze, le arti e le attività umane vengono messi in primo piano. Questo è il periodo dorato dell’intelletto e della cultura in Europa. Per esempio Filippo Brunelleschi; fra il 1420 e il 1446 creò un gruppo di lavoro che rappresentò uno dei più importanti momenti della storia dell’architettura fiorentina e dell’urbanistica. È grazie prima di tutto a Brunelleschi e poi agli altri esponenti della cultura architettonica dei primi del XV secolo che Firenze diventò la “città del Rinascimento”, idealizzata dagli Umanisti. Un numero incredibile di artisti parteciparono alla vita di Firenze e contribuirono a costruire l’immagine della città rinascimentale, fra questi: Donatello, Masaccio, Filippo Lippi, Sandro Botticelli, Beato Angelico, Michelozzo, Giuliano da Sangallo, Benedetto da Maiano, Domenico Ghirlandaio, Rosso Fiorentino, Bronzino, Pontormo, Leonardo Da Vinci, Michelangelo e altri ancora.

 

Firenze XVI secolo
L’assedio di Firenze nel 1530

IL SEDICESIMO SECOLO

Lorenzo il Magnifico seppe imporre il suo potere personale, senza rovesciare le istituzioni repubblicane, ma alla sua morte nel 1492, passarono solo alcuni anni che il figlio Piero, detto il Fatuo, riuscì a demolire la meravigliosa struttura di potere dei Medici. La politica codarda di Piero, in merito all’invasione di Carlo VIII, costrinse la città ad eliminare la Signoria e ristabilire in pieno il regime repubblicano. La gente si divise fra coloro che parteggiavano i Medici e la massa dei cittadini, infiammati dai sermoni del frate domenicano Girolamo Savonarola, che volevano riformare il governo, imponendo un nuovo regime dove ruolo importante fosse assunto da un “Gran Consiglio” che riunisse i membri delle famiglie principali. Ma non passò molto tempo che i Medici e i loro sostenitori fecero ritorno, grazie al fatto che Savonarola venne giudicato eretico, impiccato e bruciato in Piazza della Signoria, il 23 maggio 1498, per ordine di Papa Alessandro VI. Fu il periodo in cui Michelangelo realizzò la sua famosa statua del David, posta davanti a Palazzo della Signoria come guardiano della libertà dei Fiorentini. In seguito la città si trovò di nuovo sotto la Signoria dei Medici, col benestare del Papa, alleato del Re di Aragona, la cui parola era legge in Italia, dopo la partenza del Re di Francia. L’elezione alla cattedra papale, prima di Giovanni de’ Medici (Leone X), nel 1512, e poi di Giulio de’ Medici (Clemente VII) rinforzarono ancora di più la Signoria dei Medici. Ma quando arrivarono le notizie del sacco di Roma nel 1527, i fiorentini si ribellarono e cacciarono ancora una volta i Medici, affermando la loro libertà. Fu l’ultimo tentativo disperato di restaurare il governo repubblicano. Il 12 agosto 1530, dopo un assedio di undici mesi, gli eserciti dell’imperatore e del papa insieme entrarono a Firenze, e l’anno seguente, per concessione imperiale, Alessandro de’ Medici fu dichiarato “capo del Governo e dello Stato”. Il nuovo signore, che dopo una successiva risoluzione fu chiamato “Duca della Repubblica Fiorentina”, installò una tirannia, con nuove istituzioni tutte sotto il suo controllo, e iniziò una politica di alleanze straniere con le famiglie reali più importanti d’Europa, sposando una figlia dell’Imperatore Carlo V.

Gli avversari dei Medici, comandati da Filippo Strozzi, provarono inutilmente a capovolgere le sue sorti insidiano il governo del duca Alessandro. Rimase senza seguito anche il gesto di Lorenzino de’ Medici che assassinò Alessandro nel 1537. L’unico successore possibile era Cosimo il Giovane, figlio di Giovanni delle Bande Nere, il ramo “popolano” della famiglia, poiché il principale ramo di Cosimo il Vecchio era estinto. A diciassette anni il nuovo Duca riuscì a guadagnarsi il rispetto e gradualmente installò un regime autocratico. Nel corso della sua vita riuscì a schiacciare le fazioni avversarie ed a rinforzare lo Stato, sottomettendo Siena alla dominio fiorentino nel 1555. Ottenne un titolo sovrano dal Papa e dal 5 marzo 1570 fu incoronato Granduca della Toscana da Pio V. Quando morì nel 1574, lasciò il Governo nelle mani del figlio Francesco che regnò fino al 1587, quando fu succeduto dal fratello Ferdinando I (1587-1609).

 

parte guelfa definitivo per sfondi bianchi

Patrono

Parte Guelfa - San Ludovico DAngiò

 

SANTO PATRONO DI PARTE GUELFA

San Ludovico d’Angiò

L’Arciconfraternita di Parte Guelfa, Cavalleria della Repubblica Fiorentina, ha in San Ludovico d’Angiò, Vescovo di Tolosa, il suo Santo Patrono. Nato a Brignoles in Provenza nel Febbraio 1274 e ivi morto il 19 Agosto 1297, figlio di Carlo d’Angiò, Re di Napoli. Da ragazzo fu condotto prigioniero con i fratelli presso il Re di Aragona ed ebbe occasione di conoscere i Francescani. Riacquistata la libertà, rinunciò al trono e ad ogni altra prospettiva di grandezze terrene. Ludovico venne ordinato sacerdote nel Febbraio 1296, a ventidue anni, e ordinato Vescovo di Tolosa nel Dicembre successivo. Fu inviato a reggere la diocesi di Tolosa. Nel suo breve episcopato Ludovico improntò la propria vita alle rigide regole della povertà francescana. Predilesse i poveri, i malati, i giudei vittime di persecuzione ed emarginazione e i carcerati ai quali si recava spesso a far visita. Ludovico venne elevato agli onori degli altari il 7 Aprile del 1317 da Giovanni XXII e fu proclamato Santo Patrono della Parte Guelfa il 19 Agosto 1318. La devozione verso San Ludovico d’Angiò, Vescovo di Tolosa ed appartenente all’Ordine dei Frati Minori, si attua anche nel condurre una vita attenta al rispetto del Creato e delle Creature, in pienezza con lo spirito francescano che discende direttamente dall’operato di San Francesco d’Assisi, fondatore dei Frati Minori e Patrono d’Italia, il quale ha lasciato, nel Cantico delle Creature, un testo di grande sensibilità ambientale. Tanto che, il Santo Padre Papa Francesco, lo ha ripreso nell’Enciclica “Laudato Si”, che ben può rappresentare una guida morale nell’operare fattivamente per la difesa dell’ambiente. Lo spirito francescano, oltreché nell’attenzione all’ambiente, si riscontra anche nell’ecumenismo che contraddistingue la Parte Guelfa.

San Ludovico dAngiò - Claudio Sacchi

San Ludovico d’Angiò, Vescovo di Tolosa e Patrono della Parte Guelfa, Claudio Sacchi, 2015

parte guelfa definitivo per sfondi bianchi

 

Storia della Cavalleria

Cavalleria Medievale

 

 

STORIA DELLA CAVALLERIA

 

La classe guerriera si distingue fra il guerriero a piedi e il guerriero su un carro o a cavallo, giacché quest’ultimo è indice di un’élite fondata sul prestigio e sulla ricchezza. La valorizzazione dell’arma, del cavallo e di una casta dedita all’arte della guerra, porta lentamente alla creazione di una “nobiltà” guerriera che accompagna l’elaborazione di nuove tecniche di combattimento, di doveri, di diritti, di riti e di un codice d’onore specifico. L’antichità conobbe numerose forme cavalleresche. In Grecia (Spagna, Atene, Creta, Macedonia eccetera) la cavalleria è un’unità d’élite formata da cittadini fortunati capaci di provvedere al proprio armamento e occuparsi di un cavallo. Spesso essa sostituisce la guardia del re, come a Sparta (gli hippies), a Creta o in Macedonia con la cavalleria dei “compagni” del re (hetairoi), l’antica guardia nobile del capo supremo militare. All’epoca dei diadochi compare una cavalleria interamente corazzata, i catafratti, prefigurazione formale della cavalleria medievale. S’incontrano guardie reali a cavallo anche presso sciiti, ittiti, celti, in particolare la “cavalleria” nobile di Vercingetorige, che Cesare del De bello gallico chiama equites, e persiani, la famosa guardia del corpo di Ciro il Grande, i cui cavalieri erano muniti di piastroni con scaglie di bronzo. A Roma, il secondo ordine era formato dagli equites, i cavalieri, chiamati talvolta milites aurati per via degli speroni d’oro, simboli del loro stato, che ritroviamo ai piedi dei cavalieri medievali. La loro origine risalirebbe alla guardia a cavallo di Romolo, i celeres. Limitati nel numero, i cavalieri della Repubblica erano di solito reclutati in tutti gli strati sociali. Sotto l’Impero, diventare cavalieri presupponeva un reddito di 400.000 sesterzi. Erano concecssi loro alcuni privilegi: portare gli speroni, un anello, una tunica di porpora, mantenimento e cura del cavallo a carico dello Stato, posti riservati in manifestazioni pubbliche eccetera. All’epoca dei Gracchi, i cavalieri furono incaricati dell’amministrazione della giustizia e furono sottoposti a diversi obblighi: partecipazione a riti equini quali quello del 15 luglio, in cui cavalieri dovevano recarsi a cavallo al tempio di Marte, passaggio in rassegna da parte del censore ogni cinque anni, obbligo della cura del cavallo e delle armi ecc. Inoltre, un codice d’onore li obbigava, pena una degradazione ad esclusione dall’ordine, a condurre una vita pubblica e privata rigorosa, così come a mantenere le loro fortune. Tali principi, associati al ripristino delle armi virili legate alla consuetudine germanica e completati da precetti cristiani, costituiranno le basi della cavalleria feudale. Quest’ultima è l’erede diretta, attraverso l’antichità, del mondo protostorico degli indoeuropei con l’istituzione, sin dall’età dei metalli e perfino nel neolitico, della tripartizione funzionale della società in clero, guerrieri/nobili e lavoratori i futuri oratores, bellatores, laboratores della società medievale.

 

 

Origini della Cavalleria

La cavalleria ha origini germaniche tuttavia dal XIV secolo furono avanzate alcune ipotesi senza grande successo. Le principali teorie, che non evidenzieremo, furono tre: l’origine egiziana, l’origine romana, l’origine arabo-musulmana. Oltre le tre teorie appena esposte quella che, oggi, rimane largamente accettata dagli storici è la teoria germanica. Essa proviene da Tacito che, nella sua Germania, descrive una cerimonia nel corso della quale un adolescente nato libero riceve la framea (lancia) e lo scudo, lasciando l’infanzia per diventare adulto, quindi guerriero. Tacito allora conclude: questo è l’abito virile di quei popoli; questo è il primo onore della loro giovinezza. La comparsa di tale rito di passaggio con le più antiche vestizioni conosciute (XII secolo) è sorprendente: matrice simbolica comune, stessa brevità virile stessa natura profana del rito. La forma religiosa è ancora scarsa, mentre l’aspetto spirituale è presente nell’intimo guerriero. Nata nei secoli XI-XII, la cavalleria è scaturita dalla funzione di due gruppi dominanti delle società carolingia: il gruppo della nobiltà fondiaria, in cui la fortuna e i privilegi si trasmettono in modo ereditario, ma la cui vocazione non è militare, e il gruppo di guerrieri professionisti liberi, “uomini nuovi” cresciuti nella casa del signore. L’origine di tale cambiamento si deve alla crescita del prestigio delle armi, rafforzato da quello della vestizione valorizzata dalla Chiesa. Da allora in poi la cavalleria è inglobata nel vassallaggio, e si generalizza l’uso secondo il quale, per essere vassallo, bisogna essere cavaliere armato con la vestizione. La parola miles designa contemporaneamente il cavaliere, il combattente a cavallo, in nobile e il vassallo, il quale nominato miles noster dal suo signore. I privilegi della nobiltà divennero quelli della cavalleria e viceversa: privilegi militari (portare spada ecc.), fiscali (esenzione dalle imposte pubbliche, dalle consuetudines ecc.), giuridici (diritto processuale, giudizio dei pari ecc.) che venivano trasmessi ai figli del cavaliere.

 

 

Le fasi dell’investitura cavalleresca

La vestizione primitiva (IX-X secolo) rimane vicina al rito germanico, con una base sostanzialmente laica: il cavaliere riceve le armi, soprattutto la spada, senza una grande cerimonia, con raccomandazioni etiche e una breve preghiera. Il luogo po’ essere il cortile di un castello, a piazza di una città o un campo di battaglia. A partire dal X e XI secolo, aumentano la ritualizzazione e la sacralizzazione nella Chiesa, compaiono le prime forme di benedizione della spada, mentre si precisano le prescrizioni etiche. Il contenuto rituale deve molto alle liturgie utilizzate per le incoronazioni reali o imperiali. La preghiera d’investitura chieda a Dio di benedire la spada del cavaliere “perché essa si elevi a difesa della chiesa, delle vedove, degli orfani e di tutti i servi di Dio contro il flagello dei pagani”. Essa gli viene consegnata, dopo aver poggiato sull’altare durante la vigilia d’armi, dall’officiante in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ai quali si associano San Giorgio e San Michele. Tuttavia il rito rimane ancora semplice, poiché conserva la sobrietà virile delle origini. Nel XIII secolo la cristianizzazione del rito è totale: vi è la nascita di un rituale complesso, come rivela il pontificale del vescovo di Mende, in cui compare sotto forma di ordinazione un ottavo sacramento, dal contenuto profondamente etico e spirituale. La vestizione è quindi posta sullo stesso piano dell’ordinazione del prete. Il rito si compone di tre parti: la prima di tipo preparatorio (il digiuno, la confessione, la vigilia delle armi, ecc.); la seconda di consacrazione (la messa, la comunione, la benedizione, la consegna della spada benedetta, il bacio di pace ecc.); la terza la parte festosa. La vestizione comporta anche conseguenze determinanti su tre piani: giuridico (il nuovo cavaliere accede al mondo degli adulti e acquisisce maturità legale), sociale (il cavaliere sfugge alla tutela paterna e diventa un individuo dotato d’indipendenza totale), militare (può alzare bandiera e pennone, essendo stato investito del cingulum militiae).

 

 

Cavalleria e Nobiltà

Si deve far presente che cavalleria e nobiltà non hanno sempre coinciso. Fino al XII secolo non vi era confusione tra nobiltà e cavalleria, poiché quest’ultima non era ancora riservata alla prima. Esistono differenti livelli: l’alta nobiltà (nobilissimi milites) le cui origini risalgono a potenti e antiche stirpi di combattenti a cavallo; la media nobiltà (castellani e loro vassalli), i nobili e potenti cavalieri, che si assimilano progressivamente con la nobiltà nell’XI secolo; i semplici cavalieri, servitori armati dei precedenti (milites castri, gregarii, satellites, ecc.) che sono vassalli senza terre proprie, proprietari di allodio, vassalli rovinati, cavalieri servi dell’Impero.

 

 

La perdita dello Stato Cavalleresco

La grandezza cavalleresca è accompagnata da una contropartita infamante: la possibile perdita dello stato cavalleresco o degradatio militaris, talvolta chiamata “degradazione delle armi e nobiltà”. Essa viene inflitta ai cavalieri che hanno contravvenuto alle leggi non scritte ma reali della cavalleria, cavalieri “di cattivo comportamento, spergiuri e felloni” (crimini puniti con la morte nel medioevo, poiché turbavano l’armonia divina della società e implicavano la duplicità “diabolica”) oppure colpevoli del crimine di lesa maestà. Si possono aggiungere gli atti gravi (saccheggi di edifici religiosi, rinnegamento della fede cristiana ecc.).
Il motivo principale della perdita della cavalleria è legata soprattutto ad atti di tradimento militare e feudale.

 

 

Il Modello Cavalleresco

Padrone dei beni e degli uomini, almeno per i più potenti di loro, il cavaliere ha il dovere di essere il modello vivente di ciò che un uomo, sopratutto un guerriero, il quale conduce una “retta, bella e santa vita”, può produrre di più vicino alla perfezione.

 

Il Simbolismo dell’Armamento del Cavaliere

Ci limiteremo alle corrispondenze avanzate da San Paolo, che furono quelle del medioevo. Egli scrisse: “Per il resto, attingere forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma […] contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio […]. / State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagandare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello spirito, cioè la parola di Dio”. Queste corrispondenze paoline furono ristrutturate dagli esegeti medievali, che spesso diedero loro un contenuto soggettivo, e fu aggiunta una settima per metterle in accordo con le sette virtù cardinali e i sette doni dello Spirito.

Riportiamo qui di seguito le corrispondenze più comuni:

•    Elmo: la speranza, l’intelligenza , il pudore.
•    Corazza: la prudenza, la pietà, la protezione contro il vizio e l’errore.
•    Manopole: la giustizia, la scienza, il discernimento, l’onore.
•    Scudo: la fede, il consiglio, la protezione contro l’orgoglio, la dissolutezza e l’eresia.
•    Lancia: la carità, la saggezza, la retta verità.
•    Speroni d’oro: la temperanza, il timore di Dio e lo zelo della salvezza.
•    Spada: la forza, la parola di Dio, il coraggio, la potenza.

 

La Guerra, il Potere, il Prestigio

La cavalleria ha inciso profondamente nell’immaginario della cultura occidentale: ne è addirittura divenuta un’asse portante, uno di quegli elementi che non conoscono tramonto, destinato a rinascere dopo ogni passeggera eclissi. Eppure fin dal XII secolo si era annunciata la morte della cavalleria, col racconto della fine delle consuetudini della Tavola Rotonda. I cavalieri della realtà (con i loro problemi economici, le loro miserie quotidiane, le questioni di ingaggi mercenari, il loro correre di torneo in torneo alla ricerca di premi da mettere poi in pegno, oppure in vantaggiosi matrimoni…) non raggiunsero mai la perfezione dei loro modelli neanche ai temi d’oro della cavalleria. Tempi d’oro che, poi, non si sa bene neppure quando storicamente situare: pur ammesso che questo sia un problema plausibile sotto il profilo storico. Dall’altra parte la storia fiorentina conosceva una vicenda cavalleresca almeno dal secolo XII, che in parte era simile nella koiné cavalleresca europea. I milites (nel senso di combattenti a cavallo forniti di armatura pesante e di uno status legittimato da un rito iniziatico che li rende parte di una “corporazione” di guerrieri alla quale si accede per cooptazione) compaiono per tempo nella penisola italica come altrove. Possiamo individuarli già con chiarezza nell’XI secolo e a partire dalla età del XII cominciano (tanto nel regnum Italiae quanto nel regno siculo normanno) a essere oggetto di pesanti limitazioni dell’accesso alla dignità cavalleresca, diritto al quale tende a venir conferito solo a quelli che già potevano vantare in famiglia dei cavalieri. Si delineava pertanto la tendenza a restringere l’aristocrazia cavalleresca, che tate era di fatto, sino a farla coincidere con un’aristocrazia che tale fosse anche di diritto, una “nobiltà”. Ma il mondo cittadino, dove i discendenti della piccola e media aristocrazia militare provenienti dal contado si incontravano con il resto del ceto dirigente urbano dei boni viri, era restio alle chiusure di diritto. La dignità cavalleresca divenne con il Duecento indispensabile per accedere a cariche come quella del podestà e di Capitano del Popolo. C’erano vere e proprie dinastie (specie in regioni povere e rurali, come le Marche) di piccoli nobili che si può dire vivessero facendo il funzionario forestiero di professione nelle città comunali; e si creava così una complessa rete di consuetudini e di clientele. La funzione culturale che questi reggitori temporanei di governi assolsero anche involontariamente fu di contribuire alla diffusione e circolazione delle idee e dell’etica della cavalleria; valori questi di cui si occupa anche la trattatistica di regimine potestatis. Per definizione l’etica cavalleresca era ritenuta un qualcosa di gestibile a livello personale e il cavaliere era nelle sue espressioni letterarie una figura errante, un solitario. Ma la realtà era ben diversa: la condizione cavalleresca era profondamente sociale. Il cavaliere non affrontava la vita di professionista della guerra se non in “comitive”, o quanto meno scortato da un sia pur modesto seguito. Nelle città, la cavalleria era un affare di famiglia; e quando nella Firenze duecentesca le istituzioni popolane trionfanti porranno il cavalierato tra i segni caratteristici dell’appartenenza al ceto magnatizio, avranno ben le loro ragioni legate non tanto al rigore giuridico quanto ala realtà e allo stile di vita, al modo di comportarsi. Nelle città toscane come altrove tra il XII e il XIII secolo, il fattore discriminante tra l’essere e il non essere magnati era quindi il sapere e il poter combattere a cavallo, l’esercitare il diritto alla vendetta e alla guerra privata “… E parea la terra sua”, come diceva Dino Compagni del cavalier Corso Donati. Prima di tutto occorre chiarire un problema delicato che è, al tempo stesso, di terminologia e di periodizzazione. Parlare di cavalleria “comunale” non è lo stesso di parlare di cavalleria “cittadina”: non, almeno, quanto all’origine e alla provenienza dei milites e delle famiglie all’interno delle quali la dignità cavalleresca era di fatto consueto che si tramandava di generazione in generazione. Diciamo dunque cavalleria “comunale”: quanto alle sue origini e alla prima parte della sua storia, cioè all’XI e al XII secolo, solo alla fine di quest’ultimo, e meglio ancora nel successivo, essa si presenterà dotata di una sua fisionomia meglio precisabile, anche se certo non statica. Dobbiamo tener presente che la militia può avere varie origini. Nella sostanza diremmo che esse sono due: quella “feudale” dei milites inurbati provenienti dal contado; e quella invece, pur propriamente “cittadina”, dei milites in quanto combattenti a cavallo tenuti a mantenere a totali o parziali loro spese un equipaggiamento adeguato per la guerra cioè cavallo e armamento pesante. Le due qualificazioni di miles nobilis da un lato, di miles pro communi dall’altro, pur distinguendo due livelli di cavalierato, indicano peraltro due tipi di funzione congiunti da un’omogeneità di fondo: essi costituiscono due livelli della medesima militia. Il dato qualificante di tale omogeneità era appunto la militia: il combattere a cavallo, che non era solo l’espressione di una certa disponibilità economica e di una capacità tecnica cui potevano affiancarsi riconoscimenti e prerogative sul piano giuridico, ma anche la base sostanziale di un”genere di vita” e d’una visione del mondo appoggiata a un contesto culturale reciso fatto di riti e di contenuti etico-rappresentativi. La militia dei comuni toscani muta parecchio nella struttura sociale delle sue componenti e nel suo peso rispetto alla vita pubblica fra XI e XIV secolo: in essa tuttavia permane la distinzione fra chi è cavaliere e chi non lo è, fra chi detiene la dignità cavalleresca e chi non la detiene. Non va dunque sottovalutata né ridotta a pura indicazione di una stratificazione sociale la contrapposizione tra milites e pedites, sinonimo di quella, che appare più chiara e significativa, fra nobiles o maiores, e populus o minores. Sotto il profilo militare il populus combattente a piedi: il che è un combattere in modo subalterno segno appunto di una condizione sociale inferiore. Chi militat lo fa a cavallo: e la traduzione volgare di miles con la parola “cavaliere” lo conferma in pieno. Il discorso torna quindi per forza di cose sugli addobbamenti e sul loro valore, ancor prima che giuridico, mentale. L’addobbamento doveva sancire con il suo rituale l’appartenenza a un gruppo qualificato di un comune genere di vita e da comuni prerogative. Ma quando nel medioevo comunale venne a cessare, con il primo Trecento, l’identificazione fra nobiles e militia, il cingolo militare si rese disponibile anche per la gente di origine popolana. Il desiderio di armare e di essere armati cavalieri nasceva sempre e comunque da una profonda ammirazione per le glorie della cavalleria: per quanto si trattasse di glorie nella realtà assai raramente rinverdite dai mercanti e dai banchieri Déguisés en chevalier che indossavano il vaio e calzavano gli sproni dorati nella Firenze dei banchieri, dei mercanti e degli imprenditori.

 

 

Verso una Rifeudalizzazione Mentale

La stretta oligarchica imposta alla politica fiorentina a partire dagli anni Ottanta del XIV secolo arrestò  l’inflazione della dignità cavalleresca che era stata tipica del circa mezzo secolo tra il 1330 e il tumulto dei ciompi. Ora, l’esser cavalieri tornava a costituire uno status symbol preciso che, se non aveva più niente a che vedere con l’appartenenza al vecchio ceto magnatizio, seguiva in cambio l’adesione a un modo di vivere e di pensare, la concreta possibilità di spendere e una volontà di impegnarsi nella vita politica, diplomatica e sociale; ora significava entrare in un ambito elitario e dover condurre una vita adeguata al rango ostentato. Del resto, se il conseguir la dignità cavalleresca non era più cosa alla portata di molti com’era stato nel pieno Trecento, sugli insigniti della cintura di cavaliere forte si faceva soprattutto sentire il controllo della Parte Guelfa garante fra l’altro, se non di una “chiusura”, quanto meno di una severa limitazione dell’accesso di nuove famiglie alla cerchia dei casati oligarchici e pertanto del contenimento della mobilità sociale e della salvaguardia delle posizioni politiche acquisite.

 

 

Far Cavalieri a Firenze

Il significato dell’ordine cavalleresco. Secondo alcuni la nobiltà medievale e moderna si sarebbe configurata, al suo nascere, proprio col fatto che a partire da circa la metà del XII secolo si era profilata un po’ in tutta Europa la tendenza alla “chiusura” del ceto cavalleresco. I milites, i cavalieri, erano quelli che potevano e sapevano combattere a cavallo, pesantemente armati, all’interno delle comitive guerriere al servizio di questo o di quel signore. Per far un cavaliere e mantenerlo efficiente occorrevano un lungo tirocinio avviato già sin dall’infanzia, un continuo addestramento e soprattutto un cospicuo gruzzolo di denaro sufficiente a provvedere alle copiose spese per le armi, i cavalli e il mantenimento di un pur modesto seguito. In un certo senso il sistema feudale si era andato strutturando proprio per assicurare anzitutto la sopravvivenza e la sicurezza: quindi manteneva e sosteneva quel ceto cavalleresco che ne costituiva la difesa per quanto a ciò fossero connessi caratteri di arbitrio e di violenza. Ai cavalieri si richiedevano doti fisiche quali la forza il coraggio e la destrezza, il cui livello era controllato per mezzo del continuo esercizio cui essi si sottoponevano. Era poi necessario un sistema socio-economico che provvedesse al mantenimento dei guerrieri: e nel corso XII secolo taluni mutamenti impostisi nel panorama economico avevano messo in crisi l’intera compagine feudale. In tali condizioni i monarchi del tempo avevano dovuto restringere le norme di annessione alla dignità cavalleresca. Secondo la tradizione, infatti, poteva accedere al cavalierato chiunque dimostrasse di essere degno; ma da circa la metà del XII secolo solo gli appartenenti a famiglie che vantassero già tra i loro membri dei cavalieri avevano a loro volta il diritto di conseguire la cintura e gli sproni dorati, simbolo della dignità cavalleresca. Fu nel regno di Sicilia, in quello di Inghilterra e nell’impero germanico che queste limitazioni si imposero per prime.

 

Storia Cavalleria Comunale

Si potrebbe suddividere la storia della cavalleria comunale, tra XII e XIII secolo, in tre fasi distinte:

1.    La prima si aprì verso la fine del XII secolo, con la chiusura dell’accesso alla dignità cavalleresca. Fino ad allora, nella pratica, qualunque uomo libero, dotato di forza fisica e ricco quanto bastava per mantenere armi e cavalli poteva ambire a essere cooptato nella militia, la quale non era né un sodalizio chiuso garantito da norme giuridiche né una corporazione professionale. Si diventava cavalieri quando tali si era “consacrati” da altri cavalieri, cioè da altre persone che avevano a loro volta ricevuto questo tipo di consacrazione. L’addobbamento com’era detta in italiano questa cerimonia (dal germanico dubban “colpire”, latinizzato in dubbare, da cui il francese antico aduber), aveva un carattere laico: la sua sacralità era amministrata da guerrieri e non includeva alcun ricorso a pratiche sacramentali amministrate dal clero. Soltanto la fine del XIII secolo la Chiesa – nell’ambito della quale pur si benedicevano solamente dall’Alto Medioevo le armi destinate ai principi e ai novi milites, così come si benedicevano gli arnesi da lavoro, i campi, i raccolti dei contadini e tutto quello che doveva esser messo al riparo dal Maligno – accolse definitivamente nel novero dei sui sacramentalia l’ordinatio novi milites, cioè l’addobbamento. Fino alla metà del XII secolo aveva avuto valore il principio della cooptazione, sulla base della quale ogni cavaliere poteva creare un nuovo cavaliere a seguito di una semplice cerimonia principalmente costituita da due gesti: primo, la consegna della spada appesa ad una cintura; secondo, un colpo dato con il palmo della mano o con il piatto della lama d’un altra spada tra la spalla e la nuca (la collée, la “collata”, la “giuttonata” o la “gotata”) e accompagnato da un abbraccio. Ma con il trascorrere del tempo i sovrani si erano appropriati del diritto di far cavalieri: già negli anni Quaranta del XII secolo il vescovo Ottone di Frisinga, parente e biografo di Federico I, si stupiva che ne comuni lombardi si facesse cavaliere chiunque, senza badare alla condizione sociale. La pratica denunziata da Ottone, che a noi potrebbe sembrare più “moderna”, era in realtà arcaica: le aristocrazie cittadine del Regnum Italiae erano restate fedeli al principio della cooptazione di nuovi cavalieri, praticamente ignorando la chiusura del ceto militare.

2.    La seconda fase del processo si aprì quando, nell’ultimo quarto del XIII secolo, le organizzazioni popolane degli imprenditori, dei banchieri, dei mercanti e dei produttori cittadini contesero e strapparono nelle città il potere ai rappresentanti del ceto magnatizio, i quali erano in parte discendenti delle vecchie famiglie di rango militare che possedevano beni immobili in città e nel contado e di quelle schiatte consortili che attorno ad essi si erano costituite. Ora, dato che la dignità cavalleresca era intesa come segno distintivo ed esclusivo di quei casati, l’esser cavaliere o avere all’interno della propria famiglia qualcuno insignito tale significava appartenere ai magnati: per questo, con gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella del 1293, chi fosse insignito della dignità cavalleresca era allontanato da taluni organi della partecipazione al governo comunale. Tuttavia l’esser cavaliere era necessario per accedere ad alcuni pubblici uffici, quali quello del Podestà o di Capitano del Popolo. D’altra parte il nome stesso della cavalleria, il fascino delle imprese ad essa legate e il fasto delle cerimonie d’addobbamento erano un richiamo molto forte er molti esponenti dei ceti emergenti di origine imprenditoriale o mercantile i quali, benché detentori della ricchezza mobile e immobile, erano privi di un passato glorioso o comunque di una tradizione familiare cui rifarsi. Essi cercavano di imitare lo stile di vita del ceto magnatizio; ambivano quindi indossare la cintura e a calzare gli sproni dorati di cavaliere e a condurre un genere di vita immerso nel lusso e nel fasto. 

3.    La terza ed ultima fase della storia della cavalleria comunale corrisponde pertanto all’approvazione da parte del Popolo del diritto di far cavalieri in deroga alle chiusure giuridiche sostenute dalla normativa imperiale. In Firenze, i “cavalieri di Popolo” si affiancarono a quelli della Parte Guelfa, l’organizzazione che garantiva la fedeltà di Firenze alla linea politica del papa e della monarchia angioina di Napoli e nella quale esponenti delle vecchie famiglie magnatizie guelfe figuravano accanto a rappresentati del Popolo Grasso della fazione cosiddetta “guelfo-nera”. Il Popolo e la Parte Guelfa finirono nel corso del Trecento col pretendere di essere de facto – insieme al Comune – le fonti della dignità cavalleresca. Tale pretesa fu custodita e difesa molto gelosamente. Di frequente la dignità era conferita a giovani di ricche e di illustri famiglie fiorentine da personaggi esterni di alto lignaggio, come re o principi: quando ciò accadeva, il neo cavaliere doveva richiedere al Comune i riconoscimento del suo nuovo titolo e giurare fedeltà alla magistratura fiorentina affinché la dignità conferita avesse valore anche nell’ambito fiorentino. In questo periodo la città la fazione appaiono strettamente connesse. Nel corso del XIV secolo, ai valori originari si aggiunse il rapporto di lealtà cavalleresca verso il re o verso il principe. Al pari di queste monarchie, anche le città comunali si erano ormai assunte il potere di elargire la dignità cavalleresca pretendendo in cambio che la fedeltà alla patria (fedeltà al ceto dirigente della fazione egemonica) divenisse a sua volt un valore cavalleresco. Detto questo si deve analizzare quali erano i luoghi dell’investitura cavalleresca. Se nei regni le cerimonie avvenivano in chiesa e il novello cavaliere era addobbato presso il pulpito: luogo dove si predicava e si mostravano le reliquie, quindi adatto alla presentazione alla popolazione del nuovo miles. Nelle città comunali abbiamo spesso delle eccezioni e anche a Firenze spesso al posto del pulpito c’era un parallelo laico. Gli addobbamenti avevano spesso luogo alla “ringhiera”, cioè alla balaustra del palazzo dei Priori, nel caso si prendesse il titolo di cavaliere dalla Signoria, ma anche il Comune, il Popolo e la Parte Guelfa conferivano il titolo equestre. Per quel che riguarda la cerimonia di addobbamento a Firenze le notizie le riceviamo da Franco Sacchetti, vissuto nel XIV secolo, e da Francesco Filarete, vissuto nel XV secolo. Grazie ai loro scritti sappiamo che a Firenze alla cerimonia il cavaliere andava vestito di “una vesta verde con maniche larghe foderata di pelle si gli gli è di verno, et le maniche e ‘l sopraspalle di nastro d’oro. La berretta verde o di panno o di drapo, con una ghirlanda d’ulivo con qualche foglia dorata sopra la berretta. Le calze verde solate. La cintura verde si seta. La detta veste à essere cinta al cavaliere con uno bello stochetto a lato”.

 

 

 

 

parte guelfa definitivo per sfondi bianchi

 

 

Parte Guelfa timbro black

PARTE GUELFA
Cavalleria Repubblica Fiorentina

Palagio dei Capitani di Parte Guelfa
Piazza di Parte Guelfa 1 - 50123 Firenze
Codice Fiscale 94247160487

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